I giudici Caruso, Beretti e Rat, nelle motivazioni della sentenza sul processo alla ‘ndrangheta di Reggio Emilia, parlano dell’insieme dei delitti “che non risultano contestati ma le cui linee di fondo sono emerse in modo piuttosto nitido nel corso delle udienze”. Un insieme enorme stando a quanto scritto: “Tutte le bancarotte delle decine e decine di società di comodo, tutte le frodi fiscali che le indagini non hanno potuto approfondire, tutte le violenze, gli incendi, le usure, le estorsioni, gli attentati, i porti d’arma, i tentativi omicidiari, i riciclaggi, i reimpieghi e gli autoriciclaggi rimasti senza nome e senza traccia. Tutte le false testimonianze, l’intralcio alla giustizia e tutto il nero sottofondo di azioni mirate all’inquinamento delle prove, secondo quanto emerge dai verbali di udienza”.

Da qui un invito dei giudici al proseguo delle indagini sugli affari della cosca emiliana che si è proposta “costantemente come gruppo di pressione e di sostegno politico dispensatore, apparentemente disinteressato, di servizi e favori”. Lo ha fatto “con la ricchezza accumulata, con la capacità di intimidazione, con la corruzione e in forza di una cultura consolidata che unisce esponenti della consorteria mafiosa a persone che mafiose non sono, ma tendono a giustificare e a legittimare la mafia come espressione della reazione allo sfruttamento del Sud da parte del Nord, traducendola in strumento di rivincita storica, culturale e sociale. Non scandalizza quindi che l’organizzazione mafiosa, quando non spara, possa essere guardata con simpatia e favore da ambienti insospettabili di collusione. A Reggio Emilia esponenti della consorteria mafiosa hanno operato, secondo la ricostruzione che ne offre Valerio (collaboratore di giustizia), per costituirsi in movimento, in associazione di sostegno agli interessi dei calabresi, in vero e proprio partito, interregionale e interclassista”.

E’ in questo contesto che secondo le motivazioni della sentenza va letta una delle vicende più dibattute: la lettera minatoria inviata al sindaco Pd Luca Vecchi da esponenti della cosca, che cercavano di fare leva sulle parentele cutresi di sua moglie per spingerlo ad aiutare l’imprenditoria calabrese (e quella mafiosa in particolare) messe in ginocchio dalla crisi economica prima e dal processo Aemilia poi.

Dice la sentenza su tale tema: “Il familismo amorale si estende al patriottismo di paese, e non a caso tutti gli imputati rivendicano tra loro parentele. E’ difficile escludere che tale lineare modo di ragionare sia rimasto nel tempo e negli anni senza risultati e inefficace se addirittura si ritenne possibile agire sul sindaco di Reggio Emilia attraverso una lettera pubblicata sui giornali per chiedergli un intervento contro il processo, che ovviamente non vi fu, agendo per il tramite della nipote di un vecchio mafioso degli anni Sessanta”.

Per quella lettera, scritta dal carcere nel 2016 e pubblicata dal Resto del Carlino, Pasquale Brescia e il suo avvocato Luigi Antonio Comberiati sono stati condannati in aprile 2019 dalla Corte d’Appello di Bologna a sei mesi di reclusione per minacce aggravate dal metodo mafioso. Partendo dalle allusioni contenute nella lettera, i pubblici ministeri di Aemilia portarono in aula la ricostruzione delle parentele tra la moglie del sindaco Maria Sergio e alcuni imputati (Antonio Valerio ed Eugenio Sergio) e lo stesso Valerio accennò nella propria deposizione ad alcuni “favoritismi” del Comune di Reggio Emilia verso imprenditori collegati alla ‘ndrangheta.

Dicono a tal proposito i giudici nella sentenza: “Valerio formula accuse pesanti su una sostanziale collusione di pezzi dell’amministrazione pubblica reggiana con le iniziative imprenditoriali di molti cutresi, dietro le quali si muovono personaggi interni o vicini all’associazione. Si tratta di affermazioni tutte da dimostrare ma di cui peraltro il Valerio si assume la responsabilità”. Affermazioni, aggiunge il collegio giudicante, “certamente di stimolo ad un’indagine preliminare perché si tratta di riferimenti con i quali Valerio impegna la sua credibilità come collaboratore attendibile. E basterebbe questo a rendere indispensabile un’indagine giudiziaria anche se i tempi della prescrizione la rendono forse impossibile”.

Sulla lettera minatoria al sindaco la sentenza va oltre, leggendo dietro di essa una pericolosa strategia tesa a condizionare il mondo politico locale: “Per come la espone Valerio, è una strategia che se avesse raggiunto i suoi scopi (ottenere una solidarietà anche parziale del mondo politico) avrebbe potuto avere effetti devastanti sul processo e sull’accusa di associazione mafiosa e avrebbe sicuramente creato gravi difficoltà all’accusa.” Ma “con la lettera al sindaco di Reggio Emilia gli imputati dell’ala politica dell’associazione hanno ecceduto, sbagliando i propri calcoli. Si sono esposti come organizzazione capace di promuovere una sorta di ricatto politico per ottenere dalle istituzioni cittadine un intervento a sostegno. Non è dato capire da cosa sia derivato un tale ardire e su quali calcoli l’azione sia stata fondata. E’ evidente che molte circostanze restano ignote e meriterebbero approfondimento. Sta di fatto che si tratta di persone non sprovvedute e l’essersi assunte il rischio del fallimento era certamente a fronte di adeguate garanzie di successo. E di fallimento si è trattato perché quel progetto che doveva avanzare lentamente e dal basso nei tempi dovuti, con una oculata scelta dei tempi e dei sostegni, in relazioni agli sviluppi della politica nazionale, si è improvvisamente disvelato agli occhi dell’opinione pubblica in maniera arrogante e prepotente, producendo l’immediato rigetto. Di conseguenza ciò che doveva rimanere segreto, occulto, riservato a trame costruite in circoli ristretti e privati, è deflagrato con clamore.”

Ulteriore sottolineatura della sentenza: “Le dichiarazioni di Valerio sono da manuale di infiltrazione e radicamento mafioso nel territorio col sostegno collusivo di un’amplissima area grigia. E se si ha qualche riserva sul Valerio si può andare a rileggere l’intero esame reso a dibattimento dall’avvocato Liborio Cataliotti, esponente di punta del Popolo della Libertà a Reggia Emilia negli anni Duemila.”

A suo dire, affermano i giudici, “l’ascesa politica dell’avvocato Pagliani in quel partito fu frutto del sostegno dell’imprenditoria cutrese in forte odore di mafia.” E lo stesso Cataliotti aveva segnalato che “tra gli esponenti del Polo della Libertà di Reggio Emilia c’erano addirittura dei killer, con riferimento ad Alfonso Diletto”. E’ uno dei sei capi della cosca reggiana, secondo l’inchiesta Aemilia, condannato definitivamente a 14 anni e 2 mesi di reclusione dalla Corte di Cassazione nell’ottobre 2018.

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