I motivi sono diversi e sono legati sia al consenso interno che ai rapporti internazionali. Innanzitutto, la lotta contro il popolo curdo è ormai da anni in cima all’agenda del presidente Erdoğan che in patria ha lanciato una nuova guerra ai “terroristi” del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), al partito Hdp e a chiunque manifesti il proprio sostegno alla causa curda, dopo che nel 2014 aveva messo fine al processo di pace da lui stesso avviato. Spezzare in due il territorio a prevalenza curda a cavallo tra Siria e Turchia gli permette di depotenziare anche le forze che operano nei territori del sud del suo Paese.

Inoltre, la crisi della lira turca e i crescenti malumori tra la popolazione hanno spinto il Sultano alla svolta ultranazionalista, anche come arma di distrazione, dopo la fine della stagione degli attentati compiuti prevalentemente dallo Stato Islamico. Una strategia portata avanti sia con la lotta ai curdi che a coloro sospettati di aver sostenuto il fallito golpe del 15 luglio 2016, in special modo contro chi è considerato vicino all’oppositore ed ex alleato Fethullah Gülen.

L’obiettivo dichiarato dal governo di Ankara è però quello di costruire una safe zone, una zona cuscinetto profonda 30 chilometri in territorio siriano che separi i due Paesi. Il progetto avrebbe, nei piani di Erdoğan, una doppia funzione: creare una “barriera contro i terroristi” per “proteggere il Paese dalle infiltrazioni” e ricavare una striscia di terra in cui costruire insediamenti abitativi nei quali trasferire gradualmente parte dei 3,6 milioni di rifugiati siriani accolti dal Paese dall’inizio del conflitto grazie anche al finanziamento da 6 miliardi di euro previsto dall’accordo con l’Unione europea. “La comunità internazionale deve sostenere gli sforzi del nostro Paese o cominciare ad accettare i rifugiati”, ha ripetuto più volte nei giorni precedenti e successivi all’attacco.

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