Torna a crescere il numero di passaggi attraverso la rotta migratoria tra Turchia e Grecia . Si torna a varcare il confine nonostante il blocco seguito all’accordo da 6 miliardi di euro complessivi tra Unione europea e governo di Ankara, firmato a marzo 2016 per la gestione dei migranti siriani nel Paese che si affaccia sul Bosforo. Al 1 settembre 2019, gli arrivi registrati dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), sono 34mila, già oltre i 32mila circa dell’intero 2018 e i 29mila del 2017. Un aumento repentino se si pensa che nel solo mese di agosto sono stati 9.600 circa le persone ad attraversare il confine sia via terra che via mare: “Se a questi si aggiungono quelli entrati seguendo la stessa rotta a luglio (5.800 sempre secondo Unhcr, ndr) – spiega Matteo Villa, analista di Ispi -, registriamo il periodo col più alto numero di arrivi dalla firma dell’accordo tra Unione europea e Turchia”.

Numeri che trovano spiegazione anche nel cambiamento dei rapporti tra il Paese guidato da Recep Tayyip Erdoğan e Bruxelles. Le relazioni, in realtà, non sono mai state idilliache. Ankara ha ottenuto lo status di candidata all’entrata nell’Ue nel 1999, con i negoziati iniziati nel 2005 che, però, non hanno mai portato a risultati significativi. Inoltre, il deterioramento della situazione dei diritti umani all’interno del Paese, soprattutto dopo il fallito colpo di Stato del 2016, è stato oggetto di dure critiche da parte delle istituzioni comunitarie, senza tenere conto dell’instabilità nel sud del Paese, al confine con la Siria, anche per le tensioni con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), che rende impensabile l’avvio di un vero processo d’integrazione europea. Così, con ormai 5,6 miliardi di euro già stanziati, di cui circa la metà già sborsati, per la gestione della crisi migratoria dovuta al conflitto in Siria e Iraq e con i restanti 400 milioni che dovrebbero essere approvati in estate, la Turchia torna a sfidare l’Europa minacciando la ripresa dei flussi migratori verso la cosiddetta rotta balcanica.

I 6 miliardi previsti dall’accordo sono quasi totalmente stanziati, ma i pagamenti andranno avanti per altri anni: “La prima tranche da 3 miliardi – spiega Omar Kadkoy, analista politico specializzato in migrazioni della Fondazione per la ricerca sulla politica economica di Turchia (Tepav) – doveva coprire l’accoglienza nel biennio 2016-2018, mentre la seconda parte quello dal 2018 al 2020“. Tenendo conto dei ritardi denunciati dal governo turco (risultano sborsati poco più di 2,5 miliardi), la copertura potrebbe estendersi anche fino al 2021. Ma con lo stanziamento quasi ultimato, Erdoğan sa che si tratta di un cerino destinato a consumarsi.

La principale frustrazione di Ankara, più che sull’ammontare dei soldi, riguarda soprattutto la loro distribuzione: “Il governo turco ha sempre chiesto che i fondi venissero stanziati in favore di istituzioni pubbliche che si sarebbero occupate dell’accoglienza dei siriani – continua Kadkoy – Ma l’Unione europea, per motivi di trasparenza e controllo, ha preferito distribuirli tra le organizzazioni non governative partner dell’esecutivo Erdoğan e gruppi della società civile. Ankara avrebbe voluto gestire i fondi direttamente”.

Non si tratta solo di una semplice questione economica, però, visto che giovedì Erdoğan, in un discorso ai dirigenti del suo AkParti, ha dichiarato che se una “zona di sicurezza”, o zona cuscinetto, non verrà creata presto nel nord della Siria, Ankara è pronta ad “aprire le porte” ai rifugiati siriani, permettendo loro di andare in Europa. In quella fascia di territorio a prevalenza curda, che il governo della Mezzaluna vorrebbe profonda circa 30 chilometri oltre la frontiera e lunga circa 450, ossia la metà del confine turco-siriano, il presidente ha intenzione di trasferire 1 milione di rifugiati siriani sui 3,6 che il Paese sta ospitando. “Un’idea di difficile realizzazione – continua Villa – perché queste persone, in maggioranza arabi sunniti, dovrebbero volontariamente ritornare in territorio siriano, ma a prevalenza curda, per vivere in campi profughi, a differenza di quanto Ankara voglia far credere”. E anche le popolazioni che vivono nel territorio non hanno ben accolto la notizia: in un’intervista ripresa dai media siriani, il presidente del consiglio legislativo della regione semi-autonoma curdo-siriana, Hussein Azzam, ha precisato che le autorità curde sono pronte ad accogliere i siriani fuggiti all’estero provenienti dalle regioni nord-orientali, ma non quelli originari di altre zone del Paese.

In questo testa a testa mai veramente interrotto, secondo l’analista di Ispi, Erdoğan ha sempre avuto il coltello dalla parte del manico. E il nuovo aumento dei flussi può essere letto come un avvertimento: “Ha sempre agitato lo spettro dei migranti – dice – E se si guardano le caratteristiche di questi ultimi arrivi, specialmente via mare, si capisce che un cambio di atteggiamento del governo turco c’è stato. Negli scorsi anni, l’accordo ha portato a dei risultati evidenti dal punto di vista numerico. Nelle ultime settimane, invece, abbiamo assistito a partenze con centinaia di persone in contemporanea, una condizione che, negli ultimi anni, non si è mai verificata. Questo fa pensare che anche le autorità stiano chiudendo un occhio”.

La Turchia si lamenta poi di alcune promesse non rispettate dall’Ue. Ad esempio, gli accordi prevedevano un ricollocamento dei siriani in rapporto di 1 a 1 tra Turchia e Paesi membri: “Secondo i patti – spiega Villa -, per ogni siriano che entrava illegalmente in territorio greco e che, di conseguenza, veniva espulso in Turchia, il governo di Ankara doveva selezionarne uno che aveva invece deciso di registrarsi nel Paese di confine per essere ricollocato nell’Unione. A tre anni dalla firma, però, solo 2mila persone sono state trasferite nel nostro continente con questa formula, soprattutto a causa del blocco dell’accoglienza messo in atto da alcuni Stati membri”. A questa si aggiunge la questione relativa alla liberalizzazione dei visti Ue per i cittadini turchi: “Erdoğan ha sempre ritenuto la mancata liberalizzazione come una promessa tradita – dice ancora Villa – In realtà, nell’accordo si accenna solo alla possibilità di valutare questa opzione”.

Adesso, i rifugiati siriani in Turchia sono però diventati anche un tema importante in politica interna: “La situazione economica turca è peggiorata – conclude Kadkoy – e gli aiuti agli immigrati creano malumore anche tra i sostenitori dell’Akp. Poterli trasferire di nuovo al sud aiuterebbe da un punto di vista di consenso interno”. Ecco perché, nelle passate settimane, il governo ha lanciato un avvertimento agli immigrati siriani non registrati tra i 500mila totali che vivono a Istanbul: hanno tempo fino al 30 ottobre per lasciare la città. In caso contrario verrà applicato il decreto di espulsione: “Un atteggiamento contrario a quello tenuto negli scorsi anni – conclude Villa – , quando mostrare al mondo la capacità di accogliere e integrare queste persone, che nelle città hanno avviato anche numerose attività, era un segnale di forza per la presidenza Erdoğan nei confronti del vicino, e nemico, presidente siriano, Bashar al-Assad. Cresciuto il malumore della popolazione e persa la guerra in Siria, con il regime di Damasco ancora alla guida del Paese, queste persone non servono più”. Così i messaggi xenofobi, seguiti a vere e proprie aggressioni da parte della frangia più estremista della popolazione, sono aumentati e la vita per i rifugiati siriani in Turchia va sempre più peggiorando.

Twitter: @GianniRosini

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