di Michele Ambrosini

Esattamente sei mesi fa mi trovavo sulla cima della collina di Montmartre insieme a colleghi e amici, mentre osservavamo sgomenti la cattedrale di Notre-Dame bruciare nel cuore di Parigi. È difficile spiegare cosa abbia rappresentato quel momento per tutti i parigini, autoctoni o d’adozione come il sottoscritto. Veder bruciare il simbolo della città in cui si vive dà una sensazione strana, come se improvvisamente si creasse un vuoto nella propria vita quotidiana. Ricordo, rientrati a casa, la notte passata davanti alla tv fino all’annuncio insperato: i pompieri erano riusciti a salvare la chiesa, impedendo il crollo della torre nord, che avrebbe probabilmente trascinato al suolo il resto dell’edificio.

Il giorno dopo, il presidente Emmanuel Macron annunciava a una nazione ancora sotto shock che la cattedrale era salva e che sarebbe stata ricostruita più bella di prima, in tempo per i Giochi Olimpici del 2024. Quello che seguì è storia recente e, credo, nota a tutti: le donazioni multimilionarie da parte degli uomini più ricchi di Francia, le polemiche che ne conseguirono e le foto apparse su tutti i giornali con i progetti dei più importanti studi di architettura mondiali che già immaginavano la Notre-Dame del futuro.

Ma sei mesi dopo, cosa rimane di tutto ciò?

Intanto, restano ancora da chiarire le cause dell’incendio: gli inquirenti hanno abbandonato la pista dell’attacco terroristico, ma non è stato possibile stabilire se la prima scintilla sia partita da un contatto elettrico o da una sigaretta gettata da uno degli operai che, nonostante i divieti, fumavano sulle impalcature che sovrastavano il tetto della cattedrale. Quel che è certo è che i pompieri sono stati chiamati con colpevole ritardo: dal primo allarme alla chiamata ai vigili del fuoco sono passati 33 lunghissimi minuti, poiché al momento la sicurezza della chiesa era affidata a un solo custode ancora in formazione, che avrebbe mal interpretato il segnale che indicava la presenza di fumo sul tetto.

Per le donazioni, invece, la situazione sembra essersi sbloccata: le famiglie Arnault e Pinault (le due più ricche di Francia) hanno concretizzato a fine settembre le loro offerte, sommando 300 milioni di euro a quanto già era stato donato da tanti cittadini comuni. Un contributo importante è stato fornito dai cittadini statunitensi, che, sebbene in Francia sia ben poco riconosciuto, svolgono da decenni un ruolo importante nella conservazione del patrimonio culturale transalpino.

Riguardo ai lavori, si procede in maniera più lenta rispetto a quanto auspicato da Macron all’indomani dell’incendio e, nonostante quanto annunciato in un primo momento, è ancora presto per dire che la cattedrale si sia salvata. Oltre ai problemi legati a un’elevata contaminazione da piombo sull’Ile de la Cité e nei quartieri limitrofi, rimangono numerosi dubbi circa la stabilità dell’edificio, motivo per cui le impalcature, che al momento formano una sorta di esoscheletro ai lati del transetto, dovranno essere rimosse con molta cura nell’arco dei prossimi 4-5 mesi.

Fino ad allora, sembra quasi superfluo pensare ai nuovi progetti. In ogni caso, che sia una cattedrale con un tetto di cristallo, come immaginato da Fuksas, o con una guglia sostituita da un faro, come nel disegno di Anthony Sejourné, o persino una chiesa con una “serra didattica” sul tetto, come nella bizzarra proposta dello studio Nab, quello che si augurano tutti coloro che vivono a Parigi o coloro che la visitano attratti dalla sua storia millenaria è che questa ferita nel cuore della città venga presto ricucita.

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