Ho strisciato ai suoi piedi. Implorandolo di smettere. Lui mi ha guardato con aria di sfida e si è acceso una canna, l’ottava in un pomeriggio. Ho preso i mozziconi dal portacenere di casa, li ho contati uno ad uno, ho scattato una foto e l’ho mandata al padre. Nessuna reazione.

L’ultima volta che avevo strisciato era stato 21 anni fa, quando lui era dentro la pancia, al sicuro. Non tanto. Al sesto mese rischiavo di perderlo. Il ginecologo mi prescrisse riposo assoluto, mi inchiodò al letto. Da lì potevo solo trascinarmi per terra per andare al gabinetto. Ho desiderato questo figlio con tutta l’anima e adesso vederlo con il cervello in fumo è una ferita che cammina. Che viaggia con me. Ha scelto di andare a studiare a Los Angeles. Io contraria, glielo ha consentito la carta di credito del padre. Già, la California, tutto surf e beach girl, dove guarda caso dal primo gennaio del 2018 è stata legalizzata la marijuana a scopo ricreativo. Non più solo per consumo medico. E subito il Golden State è diventato il maggior mercato mondiale per la cannabis e i suoi derivati.

Il mio calvario è cominciato sei anni fa. Collegio in Svizzera, buona reputazione e rette salatissime, sapranno come tenere lontano i ragazzi dalle tentazioni di alcol e droga. Mi sbagliavo. Mio figlio mi ha poi detto che tra i ragazzi circolava a gogò alcol e dokha, un tabacco arabo che mescolavano con marijuana da fumare in una pipa. Sapete invece nelle scuole pubbliche in Italia arrivano i Nas con cani antidroga che annusano zaini e ragazzi.

Nulla di tutto questo nel mirabolante collegio svizzero che invece intanto mi segnalava da parte del ragazzo mancanza di concentrazione, svogliatezza, voti bassissimi, rischia la non ammissione agli esami. Sono già questi i primi sintomi del ragazzo “fumato” ma non fanno controlli. Eppure era entrato in collegio come promessa dello sci. La libreria di casa se ne cadeva di trofei. Ho sempre pensato: lo sport lo terrà lontano dalle droghe. Mi sbagliavo.

Fino al giorno più brutto quando, neanche diciassettenne, senza interpellare i genitori, senza essere accompagnati da un tutor, il collegio dà il permesso a cinque di loro di andare a Ginevra. I ragazzi vanno al parco pubblico e si fanno una scorpacciata di marijuana, ecstasy e amnesia, un cocktail tossico di robaccia. Li comprano da un pusher in mezzo alla strada, il primo che capita. Ritornano in collegio, vi lascio immaginare in quale stato, test antidroga, espulsione. Il giorno dopo sarebbero cominciati gli esami. “E’ sconcertante che suo figlio sia stato così fortemente penalizzato per fatti ascrivibili esclusivamente al difetto di vigilanza addebitabile all’Istituto scolastico”, mi scrisse Massimo Krogh, tra i migliori avvocati penalisti d’Italia. Mio figlio perde l’anno scolastico e io “perdo” lui. Non ha mai più smesso di fumare cannabis. Ha rifiutato qualsiasi sostegno terapeutico. Minimizza: cosa vuoi che sia una canna. Le canne ti spappolano la corteccia cerebrale, ti distruggono i neuroni. Lontani anni luce da quello che si fumava ai nostri tempi. Oggi chemichizzano il processo di coltivazione come spiega lo psicologo Fabio Curcio, campione di regate ma soprattutto esperto di dipendenze: “Quello che succede nella difficile età adolescenziale li plasma per tutta la vita…”.

Condivido in pieno le considerazioni di Massimo Clerici, presidente della Società Italiana di Psichiatria delle dipendenze: “Il consumo sempre più ampio, diversificato e precoce sopratutto di cannabinoidi ‘potenziati’ e di nuove sostanze psicoattive è particolarmente dannoso per il cervello dei giovani. E dilaga l’insorgenza di disturbi mentali legati all’uso di sostanze”. Una amica cara e collega mi fa: “Anche mio figlio fuma, cosa puoi farci, fumano tutti”. Cooooosa posso farci? Avremmo una generazione di “rallentati”, se prima non si sono spappolati il cervello.

Un paio di settimane fa sono andata a trovare mio figlio a LA, continua a fumare e le canne gli stanno togliendo la voglia di vita. Era appena tornato dalla scalata del Kilimangiaro con otto amici dello stesso collegio svizzero. La sera a ogni bivacco si accendevano un paio di canne. E vuoi non festeggiare la vetta di 5895 metri facendoti un “cannone”, il cui effetto a quelle quote è triplicato?

Mi incazzo, non serve a nulla. Apro un suo cassetto, trovo una riserva di cannabinoidi e biscotti al cioccolato ad alto dosaggio. Si parte da un THC di un 8%. Da noi quella “light” oscilla intorno al 1%. Provo a parlargli, la marijuana è un autoinganno, sembra che ti riduca l’ansia, in realtà, finito l’effetto, ti aumenta. Gli scippo di mano l’ultimo mozzicone, ho il fuso orario, mi faccio due tiri quando ritorno in albergo. Giuro, due tiri di erba “potenziata” con chissà quale schifezza e sprofondo in un sonno di 9 ore di seguito, io che solitamente mi sveglio due, tre volte durante la notte. Scrivo al padre, lo supplico di non dargli più soldi. Se non il minimissimo indispensabile per farlo studiare. Il resto se lo deve guadagnare. Va a fare il cameriere, il pizza boy.

Enjoy. La seconda puntata del documentario di Peter Gomez (autore Luca Sommi) sarà dedicata all’universo della droga e delle sue dipendenze. In onda il 26 settembre su Nove ore 21,25. Enjoy!

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