In attesa che venerdì il governo approvi la Nota di aggiornamento al Def, “cornice” della prossima manovra, l’Istat come annunciato quest’estate ha sottoposto a una “revisione straordinaria” i suoi calcoli sui conti nazionali ricostruendo tutte le serie a partire dal 1995. I risultati – che sono stati girati già sabato al Tesoro per facilitare i lavori sulla Nadef – sono in chiaroscuro. In livelli assoluti, il pil 2018 ai prezzi di mercato sale a 1.765 miliardi, con una revisione al rialzo di 8,4 miliardi rispetto alla stima di aprile scorso. In compenso, la crescita rispetto al 2017 (a sua volta rivisto al rialzo e in misura maggiore rispetto a quello del 2018) cala allo 0,8% dallo 0,9% calcolato a marzo. E il deficit/pil sale dal 2,1 al 2,2%. Un dato in miglioramento a confronto con il 2,4% del 2017, ma superiore di 0,2 punti percentuali (3-4 miliardi) rispetto al 2% comunicato in primavera. A completare il quadro arriva il dato di Bankitalia sul debito pubblico 2018, rivisto al rialzo di 58,3 miliardi al 134,8% del Pil dal 132,2 per cento stimato in precedenza.

Debito rivisto al rialzo per l’inclusione degli interessi sui Buoni postali – Una revisione corposa dovuta però principalmente, sottolineano via Nazionale e via XX Settembre, a “modifiche metodologiche concordate a livello europeo”. In particolare ora sono conteggiati nel debito gli interessi maturati sui Buoni postali fruttiferi, trasferiti al Mef in seguito alla trasformazione della Cassa depositi e prestiti in società per azioni nel 2003. Via Nazionale ha rivisto di conseguenza al rialzo anche le stime sul debito per il 2015 – a 135,3% da 131,6% – e per il 2016 – a 134,8% da 131,4%. La nuova contabilizzazione “non ha alcun impatto sulla valutazione della sostenibilità delle finanze pubbliche”, assicura Bankitalia. Mentre il Tesoro segnala che “il combinato disposto delle revisioni del debito e del pil danno luogo ad una dinamica del rapporto debito/pil che è complessivamente più favorevole, con una discesa che diventa più marcata negli anni dal 2015 al 2017 e una risalita più modesta nel 2018”. Infine il ministero sottolinea come, “considerato il profilo delle scadenze di capitale e interessi dei Buoni, con volumi più elevati nel 2020-2024, questo dovrebbe contribuire ad una discesa più rapida del rapporto debito/pil nello stesso periodo, pur partendo da un livello iniziale più elevato”.

La ripresa post crisi slitta al 2015 – La nuova revisione dell’Istat cambia la curva della crescita e dunque modifica ex post la “storia” dell’andamento dell’economia italiana negli ultimi anni: la ripresa, per esempio, non è iniziata nel 2014, rivisto al ribasso dal +0,1% a zero, ma nel 2015 (+0,8%). E’ stata invece alzata la stima del 2016, da +1,1% a +1,3%. Seguono il +1,7% del 2017 e il +0,8% del 2018, che rappresenta “un significativo rallentamento“. Il recupero cumulato tra il 2015 e il 2018 ha portato a un aumento complessivo del pil in volume pari al 4,6%. Rispetto al 2011 però il livello del Prodotto interno lordo risulta ancora inferiore dello 0,4%, che diventa 4,3% a confronto con il picco pre-crisi del 2007.

Crescita trainata dagli investimenti – A trainare la crescita del pil nel 2018 sono stati gli investimenti fissi lordi, cresciuti in valore assoluto a 310,8 miliardi dai 301 del 2017. Un aumento limitato però a +3,2%, dopo il +3,3% del 2017. Il calo è dovuto alla componente dei mezzi di trasporto, cresciuta solo dell’8,8% contro il +22,9 del 2017. Quella delle macchine e attrezzature invece è salita del 3%, quella dei prodotti della proprietà intellettuale dell’1,8% e quella delle costruzioni del 2,9%. I consumi finali nazionali sono aumentati dello 0,7%, le esportazioni di beni e servizi dell’1,8% e le importazioni del 3,0%. Il valore aggiunto, a prezzi costanti, è aumentato dello 0,7% nel settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, del 2% nell’industria in senso stretto, dello 0,6% nel settore dei servizi e del 2,4% nelle costruzioni. Per l’insieme delle società non finanziarie, la quota di profitto è pari al 42,2% e il tasso di investimento al 21,3%.

Pressione fiscale più bassa delle stime – Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici ha segnato nel 2018 una crescita dell’1,8% in valore nominale e dello 0,9% in termini di potere d’acquisto. Poiché il valore dei consumi privati è aumentato dell’1,7%, la propensione al risparmio delle famiglie è rimasta quasi stabile, passando dall’8 all’8,1%. Infine la pressione fiscale complessiva – che include ammontare delle imposte dirette, indirette, in conto capitale e dei contributi sociali in rapporto al Pil – è risultata pari al 41,8%, invariata rispetto all’anno precedente, ma migliorata rispetto al 42,1% che era stato stimato in aprile.

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