Potevano presentarsi in 21, vittime del racket e delle minacce dei clan mafiosi. Ma nell’aula bunker di Bitonto, la scorsa settimana, non è arrivato nessuno. Di fronte al giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Bari che dovrà decidere sul processo a 29 tra capifamiglia, colonnelli e scagnozzi che per anni hanno tenuto sotto scacco la città di Foggia non c’era nemmeno una delle persone che secondo i pm della Direzione distrettuale antimafia di Bari è stata taglieggiata dagli uomini delle batterie guidate dai boss Rocco Moretti, Roberto Sinesi e Vito Lanza. Solo il Comune di Foggia ha scelto di costituirsi parte civile. “Hanno ancora paura – commenta il procuratore capo Giuseppe Volpe a Ilfattoquotidiano.it – Ed è un po’ una sorpresa, se si tiene conto che si tratta di un’inchiesta di spessore, che coinvolge vertici e luogotenenti. Questo avrebbe dovuto incoraggiare le parti offese, invece saremo soli a sostenere l’accusa insieme all’amministrazione comunale”.

“La Decima-azione”, era stata ribattezzata l’operazione degli inquirenti, portata a termine il 30 novembre dello scorso anno, con un gioco di parole che tiene insieme il numero dei più importanti blitz contro la criminalità foggiana e il senso racchiuso nella maxi-indagine che ha decimato, appunto, le due più importanti “batterie”, come i clan vengono chiamati nel nord della Puglia. Le famiglie Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla, secondo la ricostruzione dei magistrati della Dda cucita accorpando 11 diverse inchieste, erano riuscite “ad inquinare tutti i gangli vitali della vita sociale, economica e amministrativa”, scriveva il giudice per le indagini preliminari Francesco Agnino nell’ordinanza di arresto.

Chiedevano il pizzo a tappeto, dalle agenzie funebri che dovevano versare 50 euro per ogni funerale fino alle discoteche e ai costruttori edili perché “tutti devono pagare” altrimenti “l’assessore ai lavori pubblici gli abbassa la serranda”. Come se lo Stato fossero loro, i clan Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla, in battaglia per il controllo del territorio ma allo stesso tempo con una cassa comune e una lista delle estorsioni, nella quale appuntavano i nomi delle vittime. Tra i taglieggiati anche un imprenditore che i clan volevano costringere a “ritirarsi dall’acquisto di 197 ettari di un terreno o in alternativa a versare 200mila euro”. L’uomo si era opposto più volte e venne minacciato: “Là non ci devi andare, altrimenti (…) ti spariamo. I terreni non sono tuoi”, gli dissero puntandogli una pistola alla tempia.

Un’escalation culminata in un’azione del luglio del 2017, quando l’uomo venne inseguito e bloccato mentre era a bordo della sua auto blindata e i membri del clan “travisati in volto e armati di un kalashnikov e di una pistola” lo costrinsero a scendere dalla vettura “informandolo che essersi munito di un’autovettura blindata non sarebbe stato sufficiente a salvarne la vita”, ricordava il gip nelle carte. E non contenti erano poi andati anche dai parenti: “Fatti la valigia e vattene a casa, non abbiamo paura di uccidere le guardie e tuo zio – dissero al nipote in un’altra occasione – Vi incendiamo tutte le aziende che avete”. Molti degli accusati hanno chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato, come se si sentissero spalle al muro. Ma accanto ai magistrati, in ogni caso, non ci sarà nessuno.

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