Avevano le mani pasta nei “gangli vitali” del tessuto sociale, aggredito in maniera “parassitaria”. Chiedevano il pizzo a tappeto, dalle agenzie funebri che dovevano versare 50 euro per ogni funerale fino alle discoteche e ai costruttori edili perché “tutti devono pagare” altrimenti “l’assessore ai lavori pubblici gli abbassa la serranda”. Come se lo Stato fossero loro, i clan Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla, in battaglia per il controllo del territorio ma allo stesso tempo con una cassa comune e una lista delle estorsioni, nella quale appuntavano i nomi delle vittime. Perché gli affari sono affari, stoppati in otto minuti di orologio da duecento uomini di carabinieri e polizia che hanno arrestato 30 presunti boss e affiliati delle batterie all’alba di venerdì “facendo tornare il cielo azzurro” sopra Foggia, come ha spiegato il questore Mario Della Cioppa. In questa terra da oltre 300 omicidi negli ultimi tre decenni, quasi tutti irrisolti, una larga fascia della popolazione viveva in “totale soggezione” nei confronti della Società. Con quel nome che la mafia foggiana si è data anni fa è stato intrapreso un percorso di crescita che il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho ha definito sul “modello ‘ndraghestista”, trasformandosi così in una mafia imprenditoriale. La quarta.

Il nucleo direttivo e le convergenze
Ora decimata, sostiene la Dda di Bari guidata da Giuseppe Volpe, al termine di un’indagine lunga due anni che ha riunito 11 inchieste precedentemente in mano alla procura di Foggia. Così è stata tolta quella che il comandante provinciale dei carabinieri Marco Aquilio chiama una “cappa” che opprimeva la città. Imposta, prima dello scacco matto di venerdì, grazie a una sfera di influenze che si era estesa anche ai comuni vicini, stando all’ordinanza firmata dal gip del Tribunale di Bari Francesco Agnino, e anche all’esistenza di “un nucleo direttivo costituto dalle figure di vertice delle singole batterie, cui veniva assegnata la direzione ed il controllo degli affari”, nonché di una “cassa comune devoluta all’assistenza dei consociati”. Capitava sempre più spesso che i due gruppi, per quanto “distinti” e “concorrenti” e pronti a regolare i conti a colpi di pistola, andassero insieme a chiedere il pizzo: “Uno di noi, uno di loro”, dice uno degli esponenti intercettato. Secondo il gip, infatti, sulle estorsioni era stata trovata una “convergenza” perché “chi ha voluto mantenere il sistema in mano ed i soldi è stato ucciso”. Business is business. E tenevano una lista di chi doveva pagare, recuperata – ricorda il giudice – lo scorso marzo dalla squadra mobile: una sorta di sistema tributario parallelo, che alimentava una cassa comune, ripartita a seconda del “prestigio criminale”.

I riti e i gradi: “Se vuoi progredire, serve l’omicidio”
“Tu cominci come picciotto, picciotto d’onore (…) Dopo tu sei vuoi salire di livello, devi ammazzare la gente, e incominci a diventare sgarrista, incominci a prendere di più al mese (…) 4 o 5mila euro (…) Dipende da qual è il ruolo”. È il collaboratore di giustizia Alfonso Capotosto, il 22 maggio 2017, a svelare la scala gerarchica. È uno degli elementi che spinge il giudice per le indagini preliminari a parlare della Società foggiana come di una mafia “univocamente ispirata” alla ‘ndrangheta, con cui condivide anche l’imposizione di regole interne e gli stretti rapporti familiari tra i sodali, nonché il sostentamento in caso di detenzione. E uno dei possibili riti di giuramento di fedeltà viene ricostruito dagli investigatori in occasione dell’omicidio di Roberto Tizzano, ucciso nell’ottobre 2016 e considerato appartenente al clan Moretti-Lanza. È il padre, intercettato, a spiegare che sul braccio del figlio “sta scritto il nome e il cognome di Nardino… mio figlio… quello è un giuramento”. E in effetti, si legge nell’ordinanza, sul braccio di Tizzano erano presenti due tatuaggi uno con la sua data di nascita e “l’altro relativo alla data di nascita di Leonardo Lanza”, figlio del boss Vito Bruno Lanza.

Gli affari, dalle agenzie funebri ai costruttori
Non si fermavano davanti a niente e nessuno durante la settima guerra interna, combattuta tra il 2015 e il 2016: quattro bambini hanno assistito alla morte o al ferimento dei loro cari, uno di loro è stato ferito nell’agguato al nonno. E mettevano bocca ovunque gli uomini dei boss Rocco Moretti e Roberto Sinesi, che dal 2017 spesso agivano in maniera ‘unitaria’ e ‘federata’. Erano interessati a quanti decessi c’erano a Foggia e per questo ottenevano notizie riservate – “evidentemente trasmesse da dipendenti comunali” – sul numero giornaliero dei morti, così da poter andare a chiedere soldi alle agenzie funebri. Battevano palmo a palmo le sale scommesse, perché dovevano pagare anche quelle. Pur se gestite dai parenti ”perché non ce ne frega niente (…) il giro delle macchinette quelli noi li dividiamo ogni tre mesi”, dicevano intercettati. Senza distinzioni, tutti dovevano sganciare un obolo mensile – secondo quanto ricostruito dall’aggiunto Francesco Giannella e dai pm Giuseppe GattiFederico Perrone CapanoLidia Giorgio e Simona Filoni – per foraggiare la Società. “Nessuna attività imprenditoriale (…) è esente dal pagamento del pizzo”, si legge nelle carte, compresi i costruttori edili, minacciati apertamente: “Devono pagare: ho detto se non stai vendendo, tu neanche costruisci”. E loro subivano “silenziosamente i torti e le angherie”.

“L’auto blindata non ti basta, ti uccidiamo”
È il caso di un imprenditore che i clan volevano costringere a “ritirarsi dall’acquisto di 197 ettari di un terreno o in alternativa a versare 200mila euro”. L’uomo si oppone più volte e viene minacciato: “Là non ci devi andare, altrimenti (…) ti spariamo. I terreni non sono tuoi”. E giù schiaffi e pistola alla tempia. Un’escalation che culmina in un’azione del luglio dello scorso anno, quando l’imprenditore viene inseguito e bloccato mentre è a bordo della sua auto blindata e i membri del clan “travisati in volto e armati di un kalashnikov e di una pistola” lo hanno costretto a scendere dalla vettura e chiedevano di nuovo i soldi “informandolo che essersi munito di un’autovettura blindata non sarebbe stato sufficiente a salvarne la vita”. E non contenti avvisavano anche i parenti: “Fatti la valigia e vattene a casa, non abbiamo paura di uccidere le guardie e tuo zio – dicono al nipote in un’altra occasione – Vi incendiamo tutte le aziende che avete”. Andava così per tanti, in città. Qualcuno veniva avvisato, si legge nell’ordinanza, prima che iniziassero “i boom e i baam”. Ad altri veniva richiesto di visionare i bilanci così da stabilire a quanto ammontasse il 5% richiesto dai clan.

“Vittime interrogate negano, qualcuno informò i clan”
In molti hanno chinato il capo. Tanto che il procuratore Cafiero De Raho ha voluto dare “appoggio e vicinanza” ai “pochi coraggiosi imprenditori” che hanno denunciato” la Società foggiana. Uno spiraglio che induce il capo della Dda barese a parlare di “qualche segnale positivo”. Anche se il giudice rimarca “l’omertà assoluta della popolazione” con un “limitatissimo apporto all’accertamento di reati commessi”. E ricorda come il 26 aprile scorso, sono stati ascoltate numerose persone che “nonostante l’evidenza delle intercettazioni” dalle quali emergevano le estorsioni “negavano di aver mai subito richieste”. Anzi, in un paio di casi “si premuravano di informare gli stessi estorsori”. Sono le intercettazioni ambientali a dimostrare che alcuni degli arrestati “erano a conoscenza” dei colloqui in questura e si compiacevano: “Nessuno ha fatto i nomi nostri”. Alle denunce, vista la “loro fama criminale”, sottolinea il gip, i presunti affiliati non davano peso “in maniera tracotante” perché “erano sempre pronti a minacciare gli eventuali denuncianti”.

I calciatori imposti al club che “accettò supinamente”
Zitti sono rimasti anche dirigenti e allenatore del Foggia Calcio, due stagioni fa, quando la squadra era in LegaPro. Lì non c’era da guadagnare – come invece i clan facevano anche sull’ippica corrompendo i fantini con 600 euro per truccare le corse dei cavalli – ma da imporre calciatori “vicini all’associazione mafiosa”. In almeno due occasioni, sostengono i magistrati, i malavitosi hanno fatto il mercato esercitando pressioni affinché Luca Pompilio e il baby Antonio Bruno, figlio del defunto boss Rodolfo, vestissero la maglia della squadra. I presunti affiliati avrebbero minacciato l’ex direttore sportivo Giuseppe Di BariAntonio Sannella, figlio dell’allora presidente, e anche il tecnico Roberto De Zerbi, ora allenatore del Sassuolo. “Gli ho detto vedi che io vengo giù agli spogliatoi e prendi un sacco di botte, ti dò forte”, spiegava uno degli arrestati ricordando quanto detto a Di Bari. Così l’ex ds e De Zerbi, non indagati come lo stesso Sannella, “hanno preferito in maniera pavida accettare supinamente le richieste” invece di denunciare. Tant’è che Pompilio venne contrattualizzato e poi girato in prestito al Melfi. I tecnici non lo consideravano all’altezza. Ma la mafia foggiana aveva voluto così.

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