Era stato uomo ricercato e corteggiato da Matteo Renzi, buono per tanti ruoli. Prima confermato come viceministro, poi spedito in Europa tra le proteste per la scelta di un politico in ruolo solitamente destinato a un diplomatico. Quindi il rientro a Roma, rapido, appena due mesi dopo, voluto come ministro dello Sviluppo Economico ancora dall’allora premier e oggi senatore di Rignano. Nelle sue mani dossier scottanti, gestiti anche durante il governo Gentiloni. Attorno ma mai dentro il Partito Democratico, nonostante quell’annuncio fatto dopo la sua uscita dalla montiana Scelta Civica.

Il grande passo alla fine era arrivato dopo la pesante sconfitta alle Politiche del 2018. Solo allora Carlo Calenda aveva deciso di prendere la tessera e diventare un iscritto dem. Un anno, cinque mesi e 22 giorni dopo, alla fine del periodo di opposizione, proprio quando il principale partito di centrosinistra è pronto a tornare al governo, se ne va. Questione di coerenza, rivendica, lui che nei quattordici mesi di esecutivo gialloverde ha riservato critiche aspre e stoccate al veleno alla Lega e, soprattutto, ai Cinque Stelle. In primis a Luigi Di Maio. Felpate, come quando su Ilva il leader pentastellato e suo successore al Mise decise che il siderurgico non avrebbe chiuso e diede il via libera all’accordo tra sindacati e ArcelorMittal, il nuovo proprietario che tra mille polemiche era stato scelto sotto la sua gestione. Sfrontate, come il momento in cui si era detto disposto a mettersi al lavoro gratuitamente per risolvere le più scottanti crisi industriali da Whirlpool alla Sider Alloys che – sottolineava – erano state rimesse sui binari grazie ai suoi interventi e il vicepremier stava facendo nuovamente deragliare.

Così nel giorno in cui Nicola Zingaretti chiede e ottiene con standing ovation l’ok all’accordo per governare i Cinque Stelle, Calenda lascia la Direzione nazionale del Partito Democratico. “Caro Nicola, Caro Paolo, vi prego di voler accettare le mie dimissioni“, ha scritto in una lettera indirizzata al segretario e Paolo Gentiloni in cui parla, tra l’altro, di “una decisione difficile e sofferta”. E in cui annuncia che costruirà un nuovo partito, oltre, ça van sans dire, a non rinnovare la tessera, come spiegano dall’entourage nazionale del Pd. La spaccatura arriva dopo mesi di controcanto a tutti, puntualizzazioni, prese di posizione e attacchi non solo a Michele Emiliano, come avveniva in passato, ma anche al giro renziano, una volta forse il più vicino e oggi distante come le altre anime dem. “Ingestibile”, è stato uno degli aggettivi più sussurrati nel partito per descrivere il “compagno”, ritenuto sì una risorsa ma anche una personalità ingombrante in un tempo fatto di leadership di cristallo.

Nel mezzo, un manifesto scritto e in larga parte ignorato dal partito che ora Calenda si dice pronto a rilanciare. “In Italia – annuncia – rafforzerò SiamoEuropei per dare una casa a chi vuole produrre idee concrete per una democrazia liberal-progressista adatta a tempi più duri e non ha paura del confronto con i sovranisti. Cercherò di mobilitare forze nuove”. Il suo simbolo si allontana, quindi, dopo aver ristretto quello del Pd alle Europee di maggio andando ad occupare quasi metà porzione del logo. Un accordo che gli è valso il posto da capolista nel Nord-Est con annessa conquista del seggio a Bruxelles in carrozza con 272.374 preferenze. Su quella spinta, arrivata anche grazie al primo posto nel listino che ha fatto convergere sul suo nome il voto di chi ha crociato solo il simbolo del Pd, l’ex ministro porta i suoi tweet e le sue polo Lacoste fuori dal partito.

Della sua esperienza da dem fatto e finito resteranno alcuni frammenti, come quando alla Festa dell’Unità di Melzo aveva canticchiato Contessa di Paolo Pietrangeli a uno stand insieme a un gruppo di volontari dei Giovani Democratici mentre fumava una sigaretta. O la sua opposizione spintissima al governo gialloverde, pungolo e contraltare fisso delle scelte degli uomini di Giuseppe Conte. Spesso in tv, quotidianamente e quasi bulimicamente su Twitter. Dove negli ultimi tempi – tra uno scatto salviniano a petto nudo e uno scivolone sulla vita privata di Mara Carfagna – si è sempre più scatenato anche contro il Pd e in particolare contro i renziani e lo stesso Matteo Renzi, l’uomo che lo aveva voluto accanto a sé per l’Europa e per Palazzo Chigi. Fino all’ultima istantanea del 14 agosto, quando ha postato alcune recenti frasi dell’ex premier, non perdonandogli di essere passato pure lui e per giunta nel giro di due settimane dall’anti-grillismo militante all’essere promotore dell’accordo di governo.

“Penso che in democrazia – scrive ora nella lettera pubblicata sull’Huffington Post – si possano, e talvolta si debbano, fare accordi con chi ha idee diverse, ma mai con chi ha valori opposti. Questo è il caso del M5S. Sapete bene che nulla abbiamo in comune con Grillo, Casaleggio e Di Maio. Ed è significativo il fatto che il negoziato non abbia neanche sfiorato i punti più controversi: dall’Ilva alla Tav da Alitalia ai Navigator. Un programma nato su omissioni di comodo non è un programma, è una scusa”, aggiunge. “Stringendo l’alleanza con il M5S, il Pd rinuncia a combattere per le sue idee e i suoi valori – ha concluso – E questo non posso accettarlo. Le elezioni arriveranno. Le avete solo spinte più in là di qualche metro. Quando sarete pronti a lottare ci troveremo di nuovo dalla stessa parte”.

Anche se sono bastate alcune ore al segretario dem per chiedere all’ex ministro un ripensamento: “Abbiamo bisogno di te. Le tue preoccupazioni sono le mie, ma non possiamo scappare dalle responsabilità. Proviamoci – ha risposto sempre sull’Huffington – In questa sfida il Pd ha bisogno anche delle voci critiche, soprattutto se provenienti da personalità autorevoli e competenti come te”. L’europarlamentare però pare convinto del suo ritrovarsi in futuro dalla stessa parte. Magari un po’ più al centro. Dove punta anche Matteo Renzi, l’uomo che gli aveva messo in mano quel ministero che lui dice aver amato più di qualunque altro lavoro, e una parte di Forza Italia. L’approdo naturale per tanti. Calenda è scattato prima di tutti.

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