L’Amazzonia brucia, e noi la guardiamo bruciare. Mettiamo faccine che piangono su Facebook e ci puliamo la bocca dall’ennesimo hamburger. Non ci rendiamo conto che l’Amazzonia brucia anche per colpa nostra.

La carne è uno dei principali prodotti di esportazione dal Brasile, e l’Italia è uno dei principali importatori (30mila tonnellate all’anno – soprattutto per carni lavorate di bassa qualità). Noi italiani mangiamo circa 80 kg di carne a testa all’anno, molti meno del “consumatore tipo” americano, che divora ogni anno 222,2 kg di carne, ma in ogni caso una quantità assurda, abnorme: il nostro fisico non ne ha bisogno e soffre, con l’aumento di patologie cardiovascolari e tumori. E le foreste bruciano.

Milioni di ettari di foresta sono andati distrutti quest’anno nel mondo, dalla Siberia, all’Europa, all’Amazzonia che rischia di diventare una savana, con una perdita immane a livello di biodiversità e aumento del riscaldamento globale. L’Ipcc (il panel Onu di esperti sul climate change), sottolinea che il 23% delle emissioni umane di gas a effetto serra derivano dalla deforestazione e dalle trasformazioni del suolo connesse all’agricoltura industriale e, quindi, alla nostra dieta.

Oltre alla carne (e ai latticini che ne derivano), siamo abituati a mangiare in ogni stagione prodotti e frutti esotici: caffè, zucchero, cacao, avocadi sono frutti avvelenati del disboscamento, trasportati con navi che emettono ingenti quantità di Co2.

Anche l’estrazione del petrolio minaccia l’Amazzonia e gli indigeni che la abitano: nell’aprile 2019, dopo una lunga lotta, 5mila indios dell’Oriente ecuadoriano sono riusciti a fermare, con una storica sentenza, lo sfruttamento petrolifero di 200mila ettari di Amazzonia. Il “biodiesel”, che mettiamo nei motori pensando di fare del bene all’ambiente, è un altro colpevole del disboscamento. Secondo Transport and Environment, “l’evidenza scientifica è chiara: la domanda extra di olio di palma e di soia per produrre biocombustibili sta distruggendo la foresta pluviale, la savana e prosciugando paludi e torbiere”.

Ma le piaghe dell’Amazzonia e dei suoi custodi indigeni non finiscono qui: dalle aggressive industrie di legname all’estrazione illegale di oro. A fine luglio 2019 “dozzine di garimpeiros (cercatori d’oro) hanno fatto irruzione armati nella terra indigena del popolo Wajãpi, nel nord del Brasile, assassinando il leader indigeno”.

In Brasile la deforestazione dell’Amazzonia è aumentata del 67% nei primi sette mesi del 2019: il presidente Jair Bolsonaro ha assecondato la bancada ruralista (la lobby dei latifondisti), eliminando divieti per centinaia di pesticidi, creando canali preferenziali per la carne brasiliana verso l’Europa, togliendo i dazi sull’importazione di auto di lusso e delle macchine agricole.

Così il Brasile vende all’Europa carne e in cambio compra Suv e macchine agricole. Soltanto di fronte a questo disastro epocale, anche l’Europa si indigna a minaccia sanzioni.

Ma anche la parte boliviana dell’Amazzonia brucia: secondo la denuncia di monsignor Coter (Rete ecclesiale panamazzonica),“Evo Morales ha appena firmato un contratto con la Cina per venderle 10 milioni di mucche. E’ stato proprio il governo a invitare la gente a disboscare le sterpaglie, ad aprire nuovi spazi per l’allevamento”. La Cina, paese emergente, sta modificando la sua dieta, dal riso alla carne, così come presto accadrà in tanti altri paesi poveri, che vedono nel way of life occidentale un modello di “benessere”.

Che fare allora? Come dice Marga Mediavilla, prof di Ingegneria all’Università di Valladolid, in Spagna “quello che possiamo scegliere è se possiamo decrescere meglio o peggio: decrescere tutti allo stesso modo e cercare di proteggere la biosfera, o favorire la disuguaglianza, il fascismo, e la guerra, distruggendo completamente la nostra biosfera”(Internazionale, n. 1317).

Protestiamo quindi nelle piazze contro i governanti, chiediamogli azioni coraggiose per salvare le foreste, ma partiamo anche da noi stessi. Riduciamo il consumo di carne: se non riusciamo a diventare vegetariani o vegani, torniamo almeno ai livelli degli anni 60, mangiando carne bianca, locale, una volta alla settimana. Anche la nostra salute ne gioverà. Orientiamoci a prodotti locali, stagionali; evitiamo i prodotti esotici, oppure compriamo solo quelli provenienti da fair trade, biologici, con filiere che assicurano il rispetto dei lavoratori e della foresta. Evitiamo di acquistare oggetti d’oro; muoviamoci con i piedi, i pedali, i mezzi pubblici, riduciamo l’e-consumismo, evitiamo di usare e gettare plastica, vestiamo usato.

Piccoli gesti che non ci renderanno affamati, né miseri, né disperati. Piccoli gesti di coraggio, di boicottaggio e resistenza. Per salvare l’Amazzonia e tutti noi.

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