Ricordo ancora quando dissi a mio figlio, all’età di quattro anni – tra i primi impellenti doverosi insegnamenti da impartirgli, ed io ancora infervorato ed indottrinato da mio padre : “Rammenta: le femmine non si toccano neppure con un fiore!”. E lui che attonito mi guardò e con piglio critico mi rispose: “perché i maschi sì?”. Al che gli risposi: “sì, hai perfettamente ragione, neppure i maschi”.

Di quanta sorprendente saggezza e di quanti insegnamenti sono capaci i nostri figli, in quanto esseri senzienti privi di sovrastrutture, di mistificazioni e di zavorre ideologiche che ammorbano e condizionano i nostri pensieri e dunque le nostre azioni? Dovremmo imparare ad ascoltarli più spesso e soprattutto di scendere dallo scranno borioso di “educatori” e genitori infallibili.

Parto da questa riflessione, solo apparentemente spuria, per affrontare il tema della parità tra uomini e donne vista dalla prospettiva di un uomo che ritiene ancora un valore, e non certo un disvalore, la virilità. Ancorché sia conscio come in tempi grami di politically correct e di femminismo mediatico, il solo pronunciare la parola “virilità” divenga un’esibizione fallica e violenta di un’identità sessuale. Che Madre Natura ha però donato a parte dell’umanità.

Sin dalle origini dell’umanità, l’uomo si è dedicato alla caccia o quanto meno al procacciamento del cibo e la donna all’accudimento della prole e dell’habitat. Perlomeno così ci hanno spiegato gli studiosi. Poi nel corso dei millenni, e soprattutto negli ultimi secoli, la situazione è tuttavia ben cambiata. In quasi tutti i paesi occidentali oramai non vi sono ruoli rigidi, ma interscambiabili (l’uomo accudisce i figli e si dedica alla casa e alla cucina, la donna lavora e si dedica alla carriera, etc.).

Occorre dunque domandarsi oggi cosa resti dell’arcaico concetto di virilità e se esista ancora una virilità quale elemento che contraddistingua l’uomo. Tralasciando ovviamente i canoni estetici (muscolatura, barba, peli, calvizie, voce etc.) o ormonali, soffermiamoci sull’indole o sulla condotta del presunto virile. Infatti non può trascurarsi come ancora oggi in Italia sia considerato virile solo “l’uomo che paga”, che si fa carico delle spese, che sostiene, che eroga generosamente. E’ dunque virile l’uomo che paga la cena, il pranzo, il viaggio, il weekend, la gita, la vacanza, che fa regali generosi. Non è virile l’uomo che non paga. Anzi, all’opposto, è tacciato di essere tirchio, omuncolo, di poco pregio. Tra le nuove generazioni invece si fa largo, con l’American style, la schiera di donne che pretendono di dover affermare la propria parità, chiedendo di pagare sempre la metà del conto.

E’ interessante notare da chi venga tacciato o apostrofato come “non virile” l’uomo che non paghi. Intanto, da una parte significativa (ma in costante diminuzione) degli stessi uomini, poi da moltissime donne, esplicitamente ed implicitamente. Ma soprattutto, si noti bene, da molte donne che si battono per la cosiddetta parità di genere, le quali poi a giorni alterni, quando dimenticano il concetto di parità, tuttavia invocano i privilegi, tra cui appunto quello di essere esonerate da ogni spesa. Alle quali, se fai notare il cortocircuito, ti rispondono che “è solo una questione di stile”. Mentre appare solo una questione di convenienza. Una vera contraddizione surreale.

Sicché aleggia costantemente quale stigma sociale o interpersonale (l’abiura del partner o dell’aspirante partner) l’uomo che non si azzardi a non pagare. Il ché continua ad alimentare la prassi del dover pagare ad ogni costo.

Questo dovere ha effetti giuridici rilevanti. Infatti l’uomo che ha sempre pagato (durante il corteggiamento, il fidanzamento, in costanza di matrimonio o durante la convivenza) viene poi chiamato con facilità a continuare a pagare anche dopo la separazione (attraverso il mantenimento). L’uomo che ha sempre pagato (anche con sontuosi regali e donazioni indirette), dopo l’interruzione della relazione, difficilmente potrà recuperare ciò che ha pagato.

Cosa insegna tutto ciò? Che il pagare da parte dell’uomo debba essere una scelta, un gesto gentile e non un dovere. Certamente dubito che possa essere annoverata come espressione di virilità.
Gesto peraltro certamente non precluso al cosiddetto gentil sesso. Nell’auspicio che una tale definizione non sia già divenuta offensiva.

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