Piccoli segnali di disgelo tra gli Stati Uniti e la Cina sul fronte dei dazi dopo l’escalation di inizio agosto. E i mercati, sia statunitensi sia europei, festeggiano. La notizia è che dopo colloqui telefonici tra il vice premier cinese Liu He, il segretario al Tesoro americano Steven Mnuchin e il rappresentante del commercio americano Robert Lighthizer la Casa Bianca ha annunciato lo slittamento al 15 dicembre dei nuovi dazi del 10% sull’elettronica cinese. Il posticipo riguarda cellulari, laptop, monitor per computer, console e alcuni giocattoli, capi d’abbigliamento e calzature. L’Ufficio del rappresentante per il commercio ha inoltre annunciato che “alcuni prodotti sono stati rimossi dalla lista dei dazi sulla base della sicurezza sanitaria, della sicurezza nazionale e altri fattori”. Secondo il quotidiano cinese Global Times è il segno che “le misure di ritorsione di Pechino stanno avendo un effetto negativo maggiore del previsto sull’economia statunitense, spingendo gli Usa a mostrare buona volontà per creare un ambiente adatto a trattative”.

Il presidente Donald Trump ha affermato che lo slittamento dei dazi aiuterà molte persone ma ha aggiunto anche che oggi le decine di miliardi di dollari che gli Stati Uniti stanno incassando sono “un dono” cinese e che “gli agricoltori stanno ricevendo più di quello che la Cina spenderebbe” acquistando prodotti a stelle e strisce come promesso. Immediata la reazione positiva dei mercati, con Wall Street balzata in avanti: +2% il Dow Jones e lo S&P 500. Rally anche delle Borse europee che prima dell’annuncio viaggiavano in netto calo, soprattutto Francoforte. Piazza Affari ha chiuso a +1,36%. Sul valutario rally del dollaro, mentre tra le commodity il petrolio è arrivato a segnare un +4%.

Da settembre comunque partiranno le nuove imposizioni su 300 miliardi di dollari di altri prodotti provenienti dalla Cina. Una mossa che tuttavia, secondo l’istituto tedesco Ifo, sulla carta porterà vantaggi agli esportatori italiani. Per Roma, si legge in un’analisi dell’istituto tedesco, l’imposizione del 10% potrebbe tradursi in entrate aggiuntive per 183 milioni di euro, mentre per la Germania si parla di 94 milioni, per la Francia di 129 milioni, di 25 milioni per la Spagna e di 86 per il Regno Unito. Nel complesso l’Europa dei 28 vedrebbe crescere gli affari di 1,5 miliardi di euro, gli Stati Uniti guadagnerebbero 1,8 miliardi e la Cina ne perderebbe 24,8.

“Se i dazi aggiuntivi degli Stati Uniti sulle importazioni dalla Cina causassero un calo delle esportazioni cinesi, gli stati membri della Ue sarebbero nella posizione di esportare di più verso gli Usa”, conferma la ricercatrice Marina Steininger, precisando che “comunque sia gli effetti positivi per Regno Unito, Ue e Stati Uniti che le conseguenze negative per la Cina sono limitate”. A cambiare le carte in tavola potrebbe però essere la risposta di Pechino. Soprattutto per Washington, visto che un aumento del 10% dei dazi a cui sono soggette le merci dirette verso il paese asiatico trasformerebbe i suoi guadagni in un passivo di 1,5 miliardi di euro, mentre le perdite cinesi si ridurrebbero a 21,6 miliardi.

Anche in questo caso, ad approfittarne potrebbero essere gli Stati europei: per l’Italia si aggiungerebbero al conto introiti per 231 milioni di euro, mentre per la Germania sarebbero addirittura 323 milioni. Il problema è che il prezzo da pagare sarebbe a sua volta molto alto. Ed è il motivo per cui la Bce ribadisce ormai da tempo come l’intensificarsi delle tensioni commerciali sia uno dei fattori che mantengono la bilancia dei rischi per l’espansione economica dell’area euro orientata verso il ribasso. “Il conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina ha effetti negativi ovunque, poiché indebolisce ulteriormente la fiducia dei consumatori e degli investitori in tutto il mondo, nel quadro di una economia globale già fragile”, puntualizza Clemens Fuest, che dell’Ifo è presidente. Nei conteggi effettuati, precisa lo stesso istituto, non sono stati infatti tenuti in conto né l’impatto della svalutazione dello yuan, che ha accompagnato nei giorni scorsi il riacutizzarsi delle tensioni sull’asse sino-americano, né quello che l’incertezza diffusa può avere sugli investimenti.

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