Le condoglianze hanno sempre un cuore d’imbarazzo. Le condoglianze sentite, intendo. Ché non sai mai fin dove è opportuno, il confine del farsi invasivo, l’equilibrio tra la vicinanza e il rispetto, tra il cordoglio e il riserbo. Mille scrupoli sinceri.

Oggi Matteo Salvini ha dimostrato di non conoscere quel limite. E non è una valutazione politica, lo schierarsi con o contro un uomo che per ruolo istituzionale dovrebbe unire e che invece divide, frattura. Già, il ruolo. Più dell’inno di Mameli in versione disco e linguaccia sotto cubista, più del figlio sulla moto d’acqua della Polizia con la forza pubblica che impropriamente acceca ogni ripresa, oggi quel ruolo è dirimente e calpestato. Salvini non è in Sicilia come ministro dell’Interno ma come superstar del suo “Estate italiana tour”: spiagge e lidi terroni per raccattare voti in una campagna elettorale cominciata ben prima che lui stesso sancisse la crisi di Governo.

Da ministro dell’Interno, lo avesse voluto, sarebbero state colte ben prima, più opportune e tempestive, le occasioni di vicinanza a due famiglie e a una città, Vittoria, che s’è dimostrata debilitata e ferita. Da ministro dell’Interno, lo avesse voluto, avrebbe reagito coi fatti – se non lui, chi altro? – alla malvivenza e all’omertà di questa terra che oggi vaneggia. Da uomo, invece, avrebbe potuto trovare altri cento modi, più intimi e sentiti, per porgere le sue condoglianze a due famiglie strappate. Da padre, come lui stesso si è pubblicamente definito giustificando – ed è già un’ammissione – la sua visita, avrebbe compreso che un uomo che non ha più un figlio cerca pace e cerca giustizia, non sfilate scortate e giornalisti assiepati.

È evidente che in questi mesi “politica” stia più per “poll”, sondaggio, che per “polis”; eppure non avrei creduto mai che un tour elettorale potesse fare tappa sulla morte di due bambini. È una cosa così grave che indirettamente me ne vergogno. Questo Paese ritrovi coscienza.

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