L’immagine di Salvini nello stabilimento di Milano marittima (RA), ripresa con lunghissimi servizi televisivi e poi riportata da tutti i quotidiani, dà inequivocabilmente la dimensione della portata politica che avranno le prossime elezioni regionali in Emilia Romagna. Il “capitano” – che fugge da processi e aule parlamentari, che non risponde alle domande scomode – rilascia sorrisi e rassicuranti occhiate agli elettori e alle elettrici che andranno a votarlo, lui già pensa, in forze. I sondaggi che finora hanno sempre centrato le previsioni, dicono che Lega e Fratelli d’Italia in Emilia Romagna se si votasse oggi, prenderebbero oltre il 40%, superando di 4-5 punti il centro sinistra. Il presidente Stefano Bonaccini dal canto suo ostenta sicurezza e afferma – come potrebbe dire diversamente? – che la “diga” emiliano-romagnola reggerà l’urto della falange leghista, forte del suo buon governo, dell’economia florida, della tradizione favorevole e della coesione sociale che fa di questi territori una delle comunità più avanzate del Paese. Basterà questa riaffermazione di tranquilla sicurezza come baluardo contro l’avanzata finora pressoché inarrestabile della Lega salviniana?

Se si analizza più approfonditamente il quadro politico si scopre, infatti, che le cose non sono proprio come vengono raccontate: innanzitutto, nel Pd serpeggiano preoccupazioni e malumori che sono al momento sopiti dalla necessità di fare assolutamente quadrato intorno alla Regione, consapevoli che la posta in gioco è vitale non solo per il futuro dell’Emilia Romagna, bensì per l’Italia intera. Infatti, se veramente Salvini dovesse vincere qui, allora niente e nessuno potrebbe fermare la sua poderosa avanzata alla conquista di tutto il potere: non è azzardato ritenere che egli voglia superare questa stagione di elezioni locali senza muovere l’attacco finale al governo, proprio perché questo risultato sarebbe per lui il passaporto definitivo per Palazzo Chigi, con una forza che nessuno altro leader politico ha finora potuto vantare da tempo immemore.

Avrebbe in un sol colpo sconfitto definitivamente i suoi due avversari, i Cinque stelle ormai boccheggianti ed un Pd che stenta a rialzarsi dopo il tracollo renziano. La seconda ragione di fondata preoccupazione è rappresentata dal fatto che Bonaccini ha scelto un argomento d’iniziativa politica che corre seriamente il rischio di avvantaggiare ulteriormente la Lega: la sua proposta di autonomia differenziata, pur discostandosi in parte dalle analoghe richieste di Lombardia e Veneto, si colloca comunque su un terreno più favorevole a Salvini che nel confronto elettorale potrà sicuramente vantare che, se andrà al governo della Regione, riformulerà la stessa proposta, indipendentemente dal fatto che venga nel frattempo approvata o no, in una versione economicamente e soprattutto fiscalmente più vantaggiosa e allettante di quel che l’avversario ha ritenuto di chiedere al governo. Cosicché si confermerebbe, ancora una volta, che non è mai una scelta felice inseguire sul suo stesso terreno l’avversario, soprattutto quando è in fase ascendente e ha la facoltà di alzare sempre di più la posta.

Bonaccini avrebbe dovuto trarre insegnamento da cosa ha rappresentato la politica sui migranti inaugurata da Marco Minniti, ministro dell’Interno sotto il governo Gentiloni: politica che, seppure diversa da quella del leghista, ha offerto il destro a Salvini per ringraziare sarcasticamente il suo predecessore per avergli preparato il terreno. Senza dimenticare Renzi che, con la sua politica confindustriale e il jobs act, ha cominciato a scavare la fossa in cui, finendovi lui stesso, ha cacciato il suo partito e la sinistra italiana tutta.

Ci sarebbe ancora tempo per riconsiderare questa scelta alla luce dell’impatto che determinerebbe non solo sul risultato elettorale ma anche sugli equilibri politici nazionali, dove il regionalismo differenziato potrà determinare una frattura profonda tra regioni ricche e Meridione, con conseguenze incalcolabili ma sicuramente gravi. L’altro ostacolo a una durissima rimonta è rappresentato dal fatto che, per vincere, il centro-sinistra dovrà portare a votare veramente tutto il suo elettorato storico. Non dimentichiamo che alle Regionali del 2014 votò appena il 40% degli aventi diritto, un’astensione clamorosa per una regione dalla partecipazione al voto storicamente altissima.

Certo, quelle elezioni si svolsero in una fase particolare e delicata, dopo le indagini sulle spese dei consiglieri regionali che aveva gettato molto discredito sull’intera classe politica italiana ed anche su quella locale. Da allora la percentuale dei votanti è risalita ma certo non più ai livelli di prima, mentre una buona dose di delusione e disinteresse s’è instillata in una cittadinanza colpita anch’essa da difficoltà di ogni genere.

Pertanto sarà cruciale per il centro-sinistra riuscire a dare l’immagine di una propria autonoma e credibile capacità di ripensamento e di rinnovamento nei programmi e, soprattutto, rispetto alle persone che verranno candidate. Sarebbe una scelta miope se il filo conduttore di questa campagna fosse solo la riconferma di ciò che di buono si presume ci sia, senza riuscire a prospettare anche i necessari elementi di cambiamento. Cambiamento che deve riguardare scelte politiche importanti, in primo luogo sul piano dell’ambiente, della lotta all’inquinamento, della cura del territorio, delle scelte urbanistiche e infrastrutturali che non dovranno più essere solamente quelle care agli industriali del cemento; sul piano di una lotta senza quartiere alle infiltrazioni mafiose che già tanti danni hanno provocato in Regione; su quello di un fermo e coerente contrasto di tutte le forme precariato e di sfruttamento del lavoro, dalle forme d’interposizione fittizia di manodopera alle false cooperative, attraverso una politica attiva del lavoro per creare occupazione stabile; sul piano di un welfare più adeguato alle vecchie e nuove povertà; su quello di una seria e coerente politica d’integrazione degli immigrati che sia l’alternativa vera alla disumana e irrazionale demagogia di Salvini.

Per affermare questi contenuti, e tradurli in punti programmatici, sarà necessario che il fronte di una possibile coalizione di centro-sinistra sia ampio e rinnovato, che comprenda le forze che si sono battute per questi valori e che sono state in campo e quindi riconoscibili: quelle variegate e sorprendentemente attive espressioni della ricca società civile che fanno diversa e attraente l’Emilia-Romagna. Per realizzare quest’alleanza – che non è affatto scontata – occorrerà che il Partito democratico esca dalla “torre eburnea” delle sue incrollabili certezze che tali non sono e si apra ad un confronto vero e serio, senza il quale non si accenderà la miccia che potrà ridare carica alle polveri inumidite della sinistra. L’unità antifascista che fu il cemento della vittoriosa Resistenza e l’unità democratica che ha fatto superare al nostro Paese nel passato recente momenti molto difficili, richiesero grandi doti politiche e morali alle classi dirigenti che l’affrontarono; così l’unità anti-liberista, anti-populista e anti-razzista che dovrebbe animare questa difficile campagna elettorale richiederà altrettante doti di lungimiranza, sapienza, modestia e coraggio. Le avremo?

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