Questa settimana la Federal Reserve americana ha tagliato i tassi d’interesse dello 0,25%. Tutti se lo aspettavano ma questo non significa che il ritorno alle politiche monetarie espansionistiche non faccia paura in un momento come questo, quando i tassi negli Stati Uniti sono vicini allo zero e l’economia si dice cresca su base annuale del 3%. Tradizionalmente il tasso d’interesse è lo strumento primario, insieme alla pressione fiscale, per aiutare l’economia a superare periodi recessivi o per combattere l’inflazione. Da più di un decennio, infatti, da quando l’economia mondiale è scivolata sulla buccia di banana dei mutui sub prime, le banche centrali hanno perseguito politiche monetarie espansioniste, con modestissimi risultati però. Alcune hanno addirittura abbassato i tassi al di sotto dello zero, tra queste c’è la Banca Centrale Europea, e le banche centrali dei paesi scandinavi, quella del Giappone e quella della Svizzera.

Il perdurare dei tassi d’interesse negativi e gli scarsi risultati di questa politica hanno scardinato alcuni principi economici, così il risparmiatore invece di essere premiato viene punito. Poiché il denaro non frutta o frutta molto poco gli investitori si sono riversati sui beni immobili e sul mercato azionario, il finanziamento del debito pubblico è diventato sempre più difficile al punto che bisogna creare condizioni ad hoc vantaggiose per le banche affinché lo sottoscrivano (si pensi al meccanismo creato dalla Bce per acquistare titoli di stato dalle banche).

Queste distorsioni possono diventare pericolose qualora perdurino nel tempo. Ed ecco perché dopo più di un decennio economisti e banchieri centrali hanno iniziato a interrogarsi su quali manovre alternative possono essere usate per continuare a sostenere l’economia mantenendo i tassi intorno a zero o anche sotto zero ma evitando gli effetti negativi di questa politica sui risparmiatori. Il problema fondamentale, infatti, sono i risparmiatori, specialmente quelli piccoli e medi. Tra le proposte ventilate c’è l’introduzione di due tassi paralleli, uno per i risparmiatori, positivo, e uno per le banche, intorno a zero o negativo. Il primo genera profitti e il secondo riduce i costi di chi paga mutui e interessi sui prestiti. L’effetto congiunto dovrebbe far aumentare la spesa poiché il reddito disponibile salirebbe. Secondo questo schema la banca centrale per stimolare l’economia e contrastare le spinte recessive può far si che il tasso d’interesse sui depositi rimanga costante o che si alzi mentre quello sui prestiti scende.

Altra proposta interessante proviene dall’esperienza australiana. Durante la crisi del credito del 2007-2008 il governo ha distribuito soldi alla popolazione per evitare un crollo simile a quello avvenuto nel mercato immobiliare americano. Gli assegni inviati hanno evitato la catastrofe, motivo per cui oggi alcuni economisti suggeriscono di fare altrettanto. Non si tratta di lanciare bigliettoni dall’elicottero Bce, ma di sostenere la base della piramide del debito onde evitare che ci crolli addosso.

Dal Giappone arriva una terza alternativa: acquistare con i soldi stampati dalla banca centrale, e quindi attraverso il Quantitative Easing, le azioni detenute dagli investitori. In altre parole liquidare l’investimento che costoro hanno fatto fuori dal sistema bancario a causa dei tassi negativi. Il problema è l’alta concentrazione di investimenti sul mercato azionario. I grossi risparmiatori detengono la maggior parte dei pacchetti azionari e quindi la monetizzazione dei loro portafogli premierebbe principalmente i ricchi piuttosto che i piccoli e medi risparmiatori.

Naturalmente tutte queste proposte per funzionare al massimo hanno bisogno di politiche fiscali diverse da quelle attuali. L’idea che la tassazione debba essere il più possibile piatta per far sì che l’effetto cascata, il celeberrimo trickle down effect, funzioni non sta né in cielo né in terra dal momento che negli ultimi venti anni questo principio ha solo aumentato vertiginosamente le diseguaglianze economiche e prodotto la fuga dei cervelli. In Europa fino a ora soltanto il governo polacco ha concesso l’esenzione fiscale ai giovani laureati che decidono di rientrare in patria. Uscire dalla spirale recessiva è possibile anche con i tassi d’interesse intorno alla zero, o sotto zero, ma per farlo bisogna tassare pesantemente chi si è arricchito grazie alle anomalie economiche degli ultimi decenni, stampare denaro, insomma non basta, è necessario redistribuirlo tutto, non solo quello fresco delle presse.

Sarà interessante vedere come le nuove leadership europee, dalla Commissione fino alla guida della Bce, affronteranno il prossimo autunno il perdurare del clima recessivo, se avranno il coraggio di essere innovative e di lavorare per le masse invece che per le élite.

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