Le elezioni europee hanno confermato la scarsa popolarità del governo greco guidato da Tsipras, leader di Syriza. Specialmente tra i giovani, in Grecia ormai serpeggia il desiderio di votare per l’opposizione rappresentata dal partito conservatore, Nuova Democrazia, guidato da Kyriakos Mitsotakis. A maggio, il 30,5 per cento dei giovani tra i 18 e di 24 anni hanno infatti votato Nuova Democrazia alle elezioni europee.

Tutti quindi si aspettano che oggi Syriza non ce la farà a ripetere il successo del 2015, ma più che la sua sconfitta, ormai quasi certa, quello che ci interessa è il motivo per cui il partito anti-austerità di punta europeo ha finito per imporla, a seguito delle ripetute pressioni di Bruxelles, e come questo fallimento abbia infranto il sogno dell’elettorato greco di tenere testa alla Troika. Quest’analisi è importante per chi prenderà le redini della Grecia ed anche per chi guiderà altre nazioni europee affette da crisi finanziarie più o meno serie, come l’Italia. Oggi, dunque, assistiamo ad un’elezione importante per il futuro delle politiche nazionali europee e delle relazioni interne all’Unione Europea.

La Grecia ha pagato un prezzo alto per rimanere nell’Ue e così facendo ha avuto accesso agli aiuti economici. Dal 2010 ci sono stati tre salvataggi pari a 289 miliardi di euro, poi nel 2018 l’economia ha ricominciato a camminare da sola, anche se zoppicando. In cambio l’economia greca si è contratta dal 2008 al 2016 del 28 per cento e l’impennata della disoccupazione ha spinto un alto numero di famiglie sotto la soglia della povertà. Il fatto che all’inizio del 2018 il paese abbia ricominciato a crescere non ha prodotto l’effetto positivo sperato per Syriza, al contrario il governo ed il partito non sono stati mai così poco popolari. Il motivo? I greci si sentono traditi, le promesse fatte nel 2015 non sono state rispettate e questo tradimento pesa molto di più della modesta ripresa economica.

Fallito il tentativo “socialista”, i greci adesso puntano su Mitsotakis che offre esattamente l’opposto, e cioè una nuova formula neo-liberista: abbassamento delle tasse, privatizzazioni dei sevizi pubblici ed un piano per rinegoziare il debito con i creditori per incoraggiarli a reinvestire nella nazione. Sembra dunque che sull’ago della bilancia politica pesi meno la politica vera, socialismo verso neo-liberismo, del populismo moderno dove il primo ministro ed il governo “proteggono”, o almeno danno l’impressione di proteggere, la nazione contro Bruxelles ed il resto dei paesi membri dell’Unione. Tsipras ha fallito in questa missione.

A conferma del bisogno di protezione della popolazione nel mezzo di una crisi epocale come quella del debito sovrano basta menzionare la questione macedone. Tsipras è stato accusato di tradimento perché ha concluso un accordo con l’ex repubblica Macedone rinominata Repubblica della Macedonia del Nord. Ebbene questo ai greci non è piaciuto perché secondo loro la Macedonia è greca e quindi non può essere né divisa né appartenere ad un altro Stato. Argomento che non ha nulla a che fare con le politiche economiche, l’austerità, ma che poggia sul senso di appartenenza geografica che in momenti critici diventa prorompente.

Il forte senso di nazionalismo europeo è una delle conseguenze della crisi finanziaria, quando le cose vanno male il popolo fa quadrato, si comporta come una tribù e difende il proprio territorio. Un fenomeno prevedibilissimo che si è manifestato anche nel rifiuto di accettare i migranti visti come parassiti che succhiano le poche risorse del paese. Tematiche queste presenti in molti paesi europei.

Infine la corruzione, problema radicato in tutta l’Europa mediterranea e che in Grecia è venuto fuori durante la tragedia a Mati, quando più di 100 persone sono morte a causa dell’incendio della scorsa estate.

Syriza pagherà con la sconfitta di oggi tutti questi errori. C’è da domandarsi cosa sarebbe successo se avesse preso un’altra strada, se avesse, come voleva Varoufakis, scelto di dire no all’austerità contrapponendo una politica espansiva alle direttive di austerità di Bruxelles, se avesse difeso gli interessi del popolo, come aveva promesso. Cosa avrebbe fatto l’Europa? Siamo così sicuri che la punizione sarebbe stata tale da cacciare la Grecia dall’Unione fratturandone così la coesione? Certo, oggi il panorama è ben diverso da quello del 2015 basta menzionare la Brexit, ma forse una presa di posizione nazionalista avrebbe dato a Syriza l’opportunità di vincere di nuovo e avrebbe potuto accelerare il cambiamento interno all’Unione assolutamente necessario.

La risposta ce la daranno i libri di Storia alla fine del secolo, intanto possiamo solo speculare su una realtà politica alternativa a quella attuale.

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