Quando si parla di salario minimo, occorre essere massimamente precisi, pena il creare pittoreschi equivoci. Dai quali possono, e forse debbono, scaturire conseguenze a cavallo tra il tragico e il comico. Intanto, una precisazione di ordine generale. Il salario minimo è fondamentale, per evitare che trionfi la neocannibalica legge della “glebalizzazione“: legge in grazia della quale la moneta cattiva scaccia la buona o, fuor di metafora, la forza lavoro supersfruttata e sottopagata costringe ad adeguarsi anche quella dignitosamente retribuita e tutelata dalle conquiste salariali e sindacali ottenute nella (ormai sbiadita nell’immemoriale) stagione delle lotte di classe. Con buona pace dei suoi cantori ditirambici, quasi sempre in cattiva fede, la sempre encomiata globalizzazione si è puntualmente tradotta in mondializzazione della miseria e dello sfruttamento, ossia in quella che suggeriamo di appellare “glebalizzazione”.

Il fatto che i lavoratori di Fiat Mirafiori o della Renault siano stati messi in competitività globale con quelli del Pakistan o dell’India non ha comportato il traslarsi dei diritti e delle conquiste dei primi verso i secondi. Ha, semmai, implicato il moto inverso: per essere competitivi – la parola magica della neolingua liberista -, i lavoratori di Mirafiori e della Renault si sono dovuti liberare del gravame di diritti e conquiste, che la solita neolingua ha derubricato al rango di un ormai inammissibile “vivere al di sopra delle proprie possibilità”.

Et voilà, il gioco, anzi la lotta di classe è fatta. Si scrive competitività, si legge lotta di classe gestita dal padronato cosmopolitico, che rimuove conquiste e tutele delle classi dominate costringendole a competere tra loro nell’arena planetaria. E lo fa o delocalizzando la produzione (cioè spostandola dove più siano vantaggiose le condizioni) o deportando masse di disperati dall’Africa, costringendo in tal guisa la manodopera europea ad adeguarsi alle condizioni miserrime per cui sono costretti a lavorare i nuovi arrivati. Sicché il salario minimo ci vuole, per porre un freno politico a questo massacro. Per fissare, cioè, un limite di dignità umana sotto il quale non v’è competitività che possa spingere. Ma perché ciò sia possibile, v’è esigenza di uno Stato nazionale sovrano forte, come non mi stancherò di ribadire. Ossia di uno Stato che possa intervenire nell’economia, alla maniera keynesiana, normandola e regolamentandola in funzione dell’umano.

È ciò che la globalizzazione e i suoi “nipotini” (la Ue), come li chiamerebbe Gramsci, mira a impedire, facendo dello Stato il semplice garante dell’economia: di modo che si possa solo governare per il mercato e mai si possa governare il mercato. La miseria delle sinistre fucsia sta tutta qui, nell’aver aderito senza coscienza infelice al cosmopolitismo liberista e nel diffamare come fascista ogni anelito alla sovranità nazionale e al primato dello Stato sul mercato. In ciò, le sinistre fucsia svolgono senza posa la parte di stampelle di sostegno del padronato cosmopolitico e del suo spietato massacro di classe.

Chiariamo ancora una cosa, in tema di salario minimo. Sbaglia chi, a sinistra, sostiene – ci sono riusciti veramente! – che i 9 euro all’ora di salario minimo proposti dal governo sono troppi (sic!). Ma sbaglia anche chi propone quei 9 euro. Perché? Semplice. 9 euro lordi all’ora sono pochi rispetto al livello minimo contrattuale, che quasi vale il doppio (con Tfr, ferie e altre voci non secondarie). Insomma, 9 euro lordi non sono troppi, con buona pace delle sinistre fucsia al guinzaglio del padronato. E non sono nemmeno abbastanza, con buona pace del governo. Che, così operando, finisce (a) per fare un inatteso dono al padronato cosmopolitico e (b) per vanificare la funzione stessa del salario minimo. Che senso ha il salario minimo, se anziché resistere alla pressione della sfrenata concorrenza planetaria, già la metabolizza appieno e ad essa si adegua?

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