Per carità, io non sono nessuno. Forse mi illudo di essere qualche cosa ma su temi molto specifici, sui quali m’è capitato di spendere la mia vita e parte delle mie passioni: ma più in là, neanche un dilettante/orecchiante. Però sono un cittadino, che segue la politica e si crea delle sensazioni. Diciamo che questa è la mise, la livrea con la quale ho seguito e seguo la vicenda di Matteo Salvini.

Da vecchio ex-leghista ho seguito abbastanza da vicino la sua parabola: non l’ho mai conosciuto di persona (non ne sento la grande mancanza). Salvini viene dalla Lega dei rutti, delle canotte e delle parolacce: del celodurismo, dell’eroismo bossiano svettante a Pontida; la Lega di Umberto Bossi gran cliente della Coca Cola Company (lui è astemio) purché in lattine antiavvelenamento; la Lega di Roberto Calderoli, di Rosy Mauro, di Francesca Martini e di Giancarlo Pagliarini; la Lega del dàgli al terrone, slogan oggi sostituito da un più moderno dàgli al négher.

In questo allevamento in batteria si forma Matteo Salvini. Politicamente in lui si trova di tutto: destra, sinistra, centro: da frequentatore e difensore dei centri sociali (Leoncavallo, Milano) a feroce detrattore. Ha fatto diversi anni di università, ma mai conclusi. Se per lavoro si intende quel che si intende per i comuni mortali – cioè una attività che, a fronte di prestazioni intellettuali e/o materiali, percepisce uno stipendio o un salario – ebbene il nostro non ha mai lavorato: ha vissuto o con emolumenti provenienti da incarichi politici ufficiali o con compensi interni alla Lega (si dichiarava direttore de La Padania, per il qual giornale anch’io scrissi alcuni articoli – naturalmente, a differenza dal nostro, a compenso zero).

Scrivo queste righe non per attaccare Salvini, del quale non mi importa nulla; ma per delineare se pur a grande velocità l’inconsistenza della sua preparazione. L’improvvisazione è la sua linea melodica: non ha mai studiato un progetto politico, perché incapace di vedere le cose nel loro insieme e di cercar di valutarne le evoluzioni probabili. Lui, per principio, si butta: la sua bussola si chiama esclusivamente potere, poi si vedrà. Tanto è sempre pronto a virare di bordo, anche di 180 gradi, basta restare in qualsiasi modo a galla.

La sua carriera politica – favorita da una popolazione italiana fortemente scottata da esperienze politiche create da personaggi simil-Salvini, per cui non sono proprio tanti quelli che capiscono o vogliono capire di politica – si è evoluta in modo direi quasi miracoloso, aggettivo che però non ha niente a che vedere con Fatima o Medjugorie o perfino col pret de Ratanà. Si riproduce il solito scenario: quello del pifferaio che a diversi appare magico, ma che poi guida il corteo al fiume e lo annega. Storia vecchia, collaudata e garantita al limone. Abbiamo altri esempi recenti del tutto consimili.

Ora, dopo la sberla di Carola Rackete, la musica delle Ong è diventata un pizzico più difficile: nel perfetto stile bossiano (il mantra di Bossi era sempre e almeno 500 volte al giorno switchare su “il problema è un altro…”) deve cambiare tavolo: ma proprio in questo revirement scoppia il caso Mosca. Una bomba che gli fa una paura folle: da esclusivo giocatore di poker (lui è tutto tranne che un politico inteso in senso stretto e serio) non conosce altra manovra che rilanciare: e deve rilanciare sotto una pressione che, per la prima volta nella sua carriera di politico, è diventata improvvisamente e in modo imprevedibile rapida e sorprendente. Non ha sottomano un piatto per il rilancio (non è un politico): la sua reazione diventa affannosa, preoccupata, cerca di scappare, ostenta indifferenza. Allora in fretta e furia organizza l’incontro con i sindacati, seminando irritazione e sfiducia. E i sindacati, per giunta, oggi non sono certo quelli dei Di Vittorio, dei Carniti, dei Benvenuto, dei Lama. Eh sì, una bella sfiga.

E’ alla sconfitta: quella foto di una testa rigonfia, di un volto cupo e arrabbiato, di uno sguardo cattivo, che cercherà di correggere. Ma è l’immagine di uno che non dorme più la notte e prende decisioni improvvisate, sperando che la vada ben, madama la marchesa.

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