Alcuni sipari, spesso il desolante ritratto di un nuovo mondo di cui non vogliamo leggere troppo tra le righe, li osserva l’occhio dell’adulto, del genitore a cui è rimasto un minimo di coscienza critica. Di altri sono proprio loro, gli attori principali di un filone al quale dicono non ci si possa sottrarre, a individuare le falle del sistema.

Martina, ancora senza cellulare, in una giornata caldissima di chiacchiere, con l’acume che solo una decenne sa sciorinare, mi racconta che quest’anno il suo compagno di classe ha avuto in regalo uno smartphone. “E sai”, continua quasi distratta “da quando ce l’ha non alza più la mano a scuola. Prima era bravissimo”. Io non sarei mai stata in grado di cogliere quel particolare con quell’intuito spiccio e diretto, al netto delle teorie pedanti, che solo un bambino riesce a vedere.

“Com’è andato il pigiama party?”, ho chiesto a mia figlia quando è tornata tutta stropicciata una mattina. “Uhm”. Non quel “bene” fiacco e distaccato che ti aspetti da una che ha dormito una manciata di ore ma se l’è spassata. La sua amica, la padrona di casa, era stata a giocare per ore col nuovo Huawei appena regalatole.

Dovrebbe essere dichiarato un crimine contro l’infanzia consentire ai bambini di non divertirsi ai pigiama party. Anche Giacomo non ha una bella storia da raccontare. Dopo due ore di noia mortale in cui il suo amico restava incollato al videogioco, ha pensato di staccargli il Wi-Fi. A quel punto il dodicenne, con l’aggressività dell’alcolizzato al quale viene tolto il bicchiere, si è girato verso di lui e gli ha dato due morsi talmente forti da lasciargli il segno per giorni.

Ci sono poi le storie che notano i grandi, ma non quelli che stanno al di dentro, perché per loro certe critiche sono infondate, esagerate e insistono nel dire che dissociarsi sia impossibile. Riccardo, che a otto anni leggeva Camilleri e pescava religiosamente tutti i giorni sul molo, adesso passa le giornate sul divano a giocare col telefono, e se lo fai notare a sua madre ti dice, quasi irritata, che così fan tutti. C’è Sofia, che ogni estate viene in città dalla Bielorussia, e con l’ultimo boccone ancora da ingoiare si piazzava sul terrazzino di fronte a casa ad aspettare i miei figli per giocare, e che adesso non si vede più. L’abbiamo capito dopo averla trovata seduta in un angolo di quel terrazzino col telefono in mano.

Dobbiamo aspettarci anche le nuove tendenze che presto o tardi arriveranno dall’America: ragazzini delle medie che si “fidanzano” strictly online. Si mettono insieme, ma quando si vedono fuori si vergognano troppo per parlarsi e fanno finta di non conoscersi. E’ vero, i cellulari ce li hanno tutti ed è impensabile controllare il “mostro” dal di fuori: è uno dei motivi per cui ne ho acquistato uno a 40 anni suonati. E’ un po’ come dire ai propri figli che sbronzarsi o fumare le canne fa male senza averle mai sperimentate.

È confortante imputare il male, in toto, alla moda dei tempi, alle scelte degli altri genitori che per forza condizionano le nostre, all’incapacità di poter essere persone diverse dalla media. C’è un’abulia, una sorta di ineluttabile accettazione nel fatto che una volta dato il cellulare al proprio figlio, quale che sia l’età, non si riesca poi in seguito a supervisionarne l’uso.

Se dai il cellulare a tuo figlio di due anni perché non vuoi sentirlo strillare al ristorante, glielo allunghi ogni volta che preferisci evitare una discussione, non ti preoccupi di toglierglielo quando va a letto, hai già mollato la spugna prima ancora di salire sul ring. O forse non ti ci volevi proprio battere. Ho sentito genitori giurare sulla loro irremovibilità e poi cadere al primo inciampo, quasi rinnegando le promesse fatte. A volte la tentazione di scappare dalla porta sul retro, di scegliere la strada più breve o di vivere in una bolla di negazionismo è tanta.

Ma non incolpiamo Apple o Google se i nostri figli diventano apatici, ingrassano, faticano a relazionarsi con i loro simili o con gli adulti (ho visto ragazzini che faticavano a rispondermi tanto il loro sguardo era spento), diventano intellettualmente più limitati. Se scegliamo la nostra quiete effimera di oggi al loro sviluppo di domani. Perché siamo stati noi, per primi, a voltare la testa dall’altra parte.

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