Francesco Vangeli era morente, ma ancora vivo quando sarebbe stato messo in un sacco e gettato in un fiume. La Dda di Catanzaro ha eseguito un fermo per l’omicidio del 26enne di Scaliti di Filandari, in provincia di Vibo Valentia, scomparso il 9 ottobre scorso. In manette, con l’accusa di omicidio aggravato dal metodo mafioso e di distruzione di cadavere, è finito Antonio Prostamo, 30 anni e un curriculum criminale che gli ha già fatto assaporare l’ebrezza del carcere e che lo vede nipote dei boss di San Giovanni di Mileto, Nazzareno Prostamo (ergastolano) e Giuseppe Prostamo (ucciso nel 2011). Un caso di lupara bianca dietro il quale si nasconderebbe un flirt che la fidanzata di Francesco Vangeli ha intrattenuto con Antonio Prostamo in una fase di crisi della coppia.

Amore Letale”, infatti, è il nome dell’operazione dei carabinieri che stamattina lo hanno arrestato su richiesta del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. “Non è morto subito, – ha dichiarato il magistrato durante la conferenza stampa – ma è stato chiuso morente in un sacco e gettato nel fiume”. “Un ragazzo è stato ucciso – ha aggiunto Gratteri – per motivi abietti e in maniera atroce. C’era il concreto pericolo di fuga dell’indagato, da qui la necessità di intervenire con questa tempistica. Si tratta di una indagine completa, rafforzata da solidi elementi probatori. La madre della vittima è venuta più volte in Procura e dai carabinieri, a lei abbiamo sempre detto di avere pazienza e fiducia nel nostro operato”.

Coinvolto nell’inchiesta “Stammer 2” per traffico di droga, Antonio Prostamo è considerato  uno dei capi della ‘ndrina Pititto-Prostamo-Iannello operante a Mileto. Proprio il suo ruolo all’interno della cosca lo avrebbe indotto a pretendere la ragazza di Vangeli “per dimostrare – spiegano gli inquirenti – la propria superiorità sulla comunità e per ‘marcare il territorio’”. La ragazza contesa, che oggi risiederebbe proprio con il Prostamo, non ha fornito alcuna collaborazione tanto che Gratteri ha parlato di “atteggiamento quasi omertoso”.  Per quanto riguarda la dinamica dell’omicidio, il giovane rampollo di ‘ndrangheta avrebbe attirato Vangeli a casa sua con un tranello, la realizzazione di un tavolino in ferro battuto. Essendo un artigiano, come suo padre, Vangeli si è recato nell’abitazione dei boss. “La situazione – ha spiegato il tenente Luca Domizi – è degenerata quasi subito con Vangeli attinto da colpi di fucile. Quindi, a questo punto, il ragazzo è stato chiuso in un sacco nero agonizzante e gettato nel Mesima e da lì disperso in mare”.

Analizzando il cellulare della vittima, i carabinieri hanno scoperto che, prima di essere uccisa, aveva ricevuto numerosi messaggi whatsapp da Antonio Prostamo. Quest’ultimo lo avrebbe minacciato di morte e addirittura di scioglierlo nell’acido. “L’indagine – ha affermato il comandante provinciale dei carabinieri di Vibo Gianfilippo Magro – nasce in un contesto difficile, ma il quadro che abbiamo ricostruito è solido”. L’arma del delitto non è stata ritrovata. L’unica cosa certa è che Prostamo non ha agito da solo. È stato aiutato da alcuni complici che presto, secondo i carabinieri, saranno “assicurati alla giustizia”. Uno di questi, secondo la Dda, è il fratello maggiore Giuseppe Prostamo di 35 anni. Nei suoi confronti non è stato emesso il provvedimento di fermo perché è in carcere da maggio quando è stato arrestato perché trovato in possesso di un’arma clandestina. Secondo i pm, anche lui è “corresponsabile a pari titolo dell’omicidio Vangeli”. Oltre alla storia della ragazza contesa dal fratello, infatti, Giuseppe Prostamo avrebbe avuto un suo movente in questa “lupara bianca”: debiti di droga vantati nei confronti di Vangeli e una pistola sottratta dalla vittima in provincia di Pisa e mai restituita ai Prostamo.