a cura di Roberto Gennari & Gianluca Viscogliosi

C’è una cosa che in pochi sanno ed è che la prima partita di sempre della lega che oggi conosciamo come Nba non ebbe luogo in territorio americano, ma in Canada.

Era il 1° novembre 1946 e al Maple Leaf Garden di Toronto si affrontarono i padroni di casa degli Huskies e i New York Knicks, davanti a circa 7.000 persone. La lega poi fece a meno del Canada per quasi 50 anni, fin quando nel 1995 l’espansione della Nba si rivolse verso nord e vennero create le due nuove franchigie dei Vancouver Grizzlies (oggi a Memphis) e dei Toronto Raptors.

La Nba del 1995 era ancora piuttosto centrata sui giocatori Usa: al draft, nessun giocatore cresciuto cestisticamente in Europa venne chiamato al primo giro. Eppure i Toronto Raptors erano già allora una squadra “internazionale”: col centro croato Zan Tabak e col nostro Vincenzo Esposito, primo italiano di sempre a segnare un punto oltreoceano.

E questa vocazione, nella Nba dei giorni nostri sempre più senza confini (ogni estate la lega diretta da Adam Silver organizza una serie di eventi sotto l’insegna “basketball without borders”), ha portato i Raptors a vincere il primo titolo della loro storia sotto la guida del GM Masai Ujiri, nato a Zaria in Nigeria, e con in rosa giocatori come il congolese Serge Ibaka (della Repubblica del Congo), come il “predicatore mancato” Pascal Siakam dal Camerun, come lo spagnolo Marc Gasol, salito agli onori delle cronache la scorsa estate, quando trascorse le ferie a bordo della nave di soccorso operante nel Mediterraneo “Open Arms”. Mica male per un giocatore che ormai da anni percepisce oltre 20 milioni di dollari di stipendio.

E il bello è che negli Usa non è partito nessun tipo di faida incrociata tra buonisti e forcaioli: si è semplicemente elogiato l’essere umano oltre al giocatore di basket.

Un exploit internazionale che ha stupito fino a un certo punto quindi, vista la vocazione estera che ha sempre contraddistinto le manovre della dirigenza canadese. Nel giugno del 2006 i Raptors divennero la prima franchigia a selezionare come prima scelta assoluta del Draft un cestista europeo, il nostro Andrea Bargnani. Un contingente italiano rimpolpato qualche anno più tardi da Marco Belinelli, futuro campione Nba e vincitore della gara del tiro da 3 dell’All-Star Weekend.

Una storia di confini allargati e di muri abbattuti passo dopo passo, mattone dopo mattone, palleggio dopo palleggio.

Un percorso che ha portato quest’anno ad avere una bacheca di premi stagionali quasi totalmente monopolizzata da atleti non americani. Il francese Gobert è stato eletto miglior difensore dell’anno, Siakam quello migliorato di più, e al fenomeno greco Giannis Antetokounmpo è andato il premio di miglior giocatore della stagione. Figlio, quest’ultimo, di genitori nigeriani arrivati clandestinamente in Grecia, costretto a vendere souvenir per le vie di Atene per poter mangiare.

Un classico sogno americano, nato però all’ombra del Partenone.

Lo stesso sogno che iniziò a coltivare qualche anno dopo un bambino di Lubiana.

Luka per gli amici, Doncic per tutti: il miglior debuttante dell’ultima annata Nba (Rookie of the Year) che insieme al lettone Porzingis, tiene alto l’interesse intorno ai Dallas Mavericks, avamposto avanguardistico sportivo e culturale del ‘trumpiano’ Texas. Quello stesso Texas che a metà degli anni 60 rivoluzionò lo sport americano con il primo quintetto di basket formato da ragazzi interamente di colore, i Miners di coach Haskins.

Quello stesso Texas conservatore che – sempre con i Mavericks – ha accolto, nutrito e cresciuto la leggenda tedesca Dirk Nowitzki, sesto miglior realizzatore di sempre nella storia della National Basketball Association.

Una lega con radici profonde nella cultura di massa americana, rivolta però a un futuro e a un pubblico sempre più globale.

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