“Oggi sono una persona fragile, vulnerabile. Ho perso l’autostima e qualsiasi certezza, ma cerco uno spiraglio da parte dei genitori di Marco”. Alla fine della lunga intervista condotta dalla conduttrice del programma di Rai3 Storie Maledette Franca Leosini, Antonio Ciontoli scoppia a piangere nella difficoltà di raccontare “sofferenze troppo intime per dirle in tv”. Nella seconda parte dell’intervista andata in onda ieri sera, la conduttrice torna a definire “assurda” la condotta del sottufficiale della marina che la notte del 17 maggio 2015 ha portato alla morte del fidanzato della figlia Martina, Marco Vannini, ma al tempo stesso Franca Leosini parla di una gogna mediatica scatenata da alcune trasmissioni contro i Ciontoli. Si entra nel vivo del processo e delle ragioni per cui i giudici, nonostante l sentenze di condanna, abbiano finora sposato una teoria difensiva che non dà spazio a una verità alternativa a quella di Antonio Ciontoli e, quindi, a un eventuale coinvolgimento del figlio Federico.

IL VALORE DI UNA VITA – Per i giudici della prima Corte d’assise d’appello di Roma, tra l’altro, si è trattato di un omicidio colposo e non preterintenzionale, come stabilito nella sentenza di primo grado. Così, se a gennaio 2019 sono state confermate le pene a tre anni ciascuno per la moglie di Ciontoli Maria Pezzillo e i figli Martina e Federico, la pena del sottufficiale si è ridotta da 14 a 5 anni. Davanti alle immagini della lettura della sentenza e  della reazione della madre di Marco Vannini, Marina Conte, che urlava “vergogna, mio figlio aveva vent’anni”, Franca Leosini pone a Ciontoli la domanda attorno a cui ruota tutta l’indignazione che ha suscitato il caso, un’autentica sollevazione popolare fatta di serrande abbassate, candele accese, cortei e raccolte di firme. Ma anche di insulti e minacce sui social. “Ciontoli – gli chiede – ma quanto vale una vita umana?”. “L’ergastolo” è la risposta.

LA RICHIESTA IN CASSAZIONE – Una risposta che, però, non trova riscontro non solo nella realtà dei fatti, ma neppure nella volontà dell’imputato. Che da un lato chiede perdono, dall’altro vuole un ulteriore sconto di pena. La conduttrice gli chiede se ritenga opportuno, dopo lo sconto di pena che tanta indignazione ha già suscitato, fare anche ricorso in Cassazione. Per lui, ad aprile, la difesa ha chiesto l’esclusione dell’aggravante della colpa cosciente, mentre per la moglie e i due figli (anche loro condannati per omicidio colposo) la riqualificazione del reato in favoreggiamento e in subordine in omissione di soccorso. Ciontoli non ha dubbi: cinque anni sono troppi. La ragione? “Non ho mai avuto la percezione che Marco rischiasse la vita” dice lui.

LA COLPA COSCIENTE – E i suoi legali Pietro Messina e Andrea Miroli vanno anche oltre: “Non abbiamo valutato neppure l’opportunità di fare o meno ricorso – spiega l’avvocato Messina – ma solo la posizione giuridica e, in base a quello, era necessario perché a Ciontoli non può essere addebitata la minima volontà”. Secondo il legale Andrea Miroli il processo avrebbe addirittura mostrato che Ciontoli “si sarebbe comportato in modo diverso” se avesse avuto “la certezza che Marco sarebbe potuto morire”. In pratica Ciontoli ha fatto quello che ha fatto per salvare il posto di lavoro, come lui stesso ha ammesso. E poteva immaginare di certo che se Marco fosse morto non l’avrebbe mai conservato. Per i legali questo dimostra che lui ha agito nella convinzione che Marco non rischiasse la vita, altrimenti lo stesso sottufficiale ne avrebbe potuto pagarne le conseguenze, cosa che poi si è verificata. Per la cronaca, oggi è sospeso con il minimo dello stipendio. L’udienza in Cassazione è fissata per il 7 febbraio 2020.

Storie Maledette, Antonio Ciontoli in lacrime davanti a Franca Leosini: “Quanto vale la vita di Marco Vannini? L’ergastolo”

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