Vittorio Feltri è quel comico che non riesce a far ridere senza inchiodare due parolacce “a minchia”. O quel bambino difficile, che per attirare l’attenzione schiaffeggia gli altri, bulletto triste. Ogni parolaccia, ogni pugno, una richiesta di ascolto. Lo fa continuamente, lo fa ciclicamente ogni volta che la soglia cala troppo: “Guardatemi, sono qui, ci sono anch’io”.

In un mondo dove l’informazione soffre e l’opinione è ovunque, spararla grossa risponde a un’esigenza precisa: istinto di sopravvivenza. Dev’essere triste non avere nulla che valga davvero la pena dire; essere costretti a prendersela con qualcuno che nemmeno si conosce, oppure per categorie, o ancora con qualche ragazzina ecologista, con i “bastardi islamici” (per difendere il titolo comparso su Libero), la “patata bollente”. Con un grande in condizioni drammatiche.

Però un merito, al dott. Feltri, va riconosciuto: avere ricordato a milioni di italiani di essere terroni. Grazie davvero. E non perché ce la prendiamo, anzi: l’intelligenza vuole che quella parola sia uno scherzo per quanto ridicola, al massimo un’onta per chi la pronuncia. Grazie perché in questo marasma sovranista, confuso, ipocrita, ricordare a tutti, a chiare lettere, che c’è un’Italia terrona e un’altra microscopica ma ancora resistente che in quella parola, “terroni”, ci crede, è importante.

E una critica, invece, voglio infliggerla a me stesso, che sto coscientemente sbagliando nel parlare di Feltri. Così come sono convinto che continuamente sbagli chi si indigna per certe terribili vergogne di oggi e, anziché agire, indignandosi le rilanci, le condivida, le ingrandisca. I nostri sono giorni a macchia d’olio: ci vuole un niente ad allargare l’unto, ci vuole un niente a scivolarci sopra. Perché a volte, provando a lavare via la macchia, la si ingrossa. E le si dà più peso di quel puntino che invece è.