Un giornalista del The Washington Post, Geoffrey Fowler, ha affidato, verso la fine del mese di maggio, il suo fidato iPhone alle cure di un esperto di sicurezza per un esperimento tanto suggestivo quanto inquietante: tenerlo sotto controllo, soprattutto quando lasciato solo, e vedere se, di notte, facesse circolare dati e trasmettesse informazioni di sua iniziativa. E a loro insaputa. Fowler e il suo tecnico hanno scoperto, verso le quattro del mattino, che il telefono era, da ore, particolarmente impegnato a trasmettere dati a destra e a manca.

Molte app, con il telefono inutilizzato, inviavano informazioni sul modello, sui suoi contenuti e sui dati del proprietario a decine di società in tutto il mondo. A viaggiare, col calare della sera, erano numero di telefono, indirizzo e-mail, l’esatta posizione geografica del dispositivo, i codici identificativi e l’indirizzo IP. Molti di questi dati venivano inviati ogni cinque minuti, per garantire un processo costante di aggiornamento delle informazioni.

La scoperta di questa vivace vita notturna del telefono mentre lui dormiva ha spinto il giornalista a porsi delle domande che, in effetti, ci dovremmo porre tutti: quando queste informazioni sono trasmesse, vengono eliminati tutti i dati che ci potrebbero identificare (e, quindi, nonostante questa intensa attività di comunicazione verso l’esterno, la nostra privacy sarebbe rispettata) o, al contrario, queste app trasmettono anche dati che ci rendono chiaramente identificabili? Si pensi, per comprendere la portata di questo fenomeno, che il giornalista ha annotato che, in una settimana, il suo telefono ha “nutrito” di dati circa 5.400 trackers (così si chiamano questi servizi che, appunto, tracciano le attività dei nostri dispositivi), quasi esclusivamente tramite le app che utilizzava quotidianamente.

Perché avviene il tracking costante dei nostri dati sul telefono?

Per quale motivo gli strumenti che utilizziamo quotidianamente sono pensati per far sì che i nostri dati lascino i telefoni per prendere direzioni a noi non note? Innanzitutto, tali informazioni sono parte di quei dati che oggi nutrono la cosiddetta personal data economy, ossia un sistema commerciale e di mercato che ha adottato come standard la profilazione sia a fini di marketing, sia a fini di previsione (e, alcuni dicono, anche di condizionamento) dell’orientamento politico. Il problema è che il caso di Cambridge Analytica ha mostrato chiaramente come questi dati possano, successivamente, essere utilizzati per altri fini.

Non di meno, esiste un gravissimo problema di trasparenza di queste attività. In altre parole: non sappiamo quali dati escano, e dove vadano. Non deve stupire, al contrario, che questi sistemi di tracking siano più attivi di notte se il nostro dispositivo viene lasciato acceso e collegato alla rete elettrica: prediligono il buio perché, così, non interferiscono con le app usate dall’utente e devono condividere la memoria con meno programmi. Da un punto di vista giuridico, si può soltanto sperare che chi riceve i nostri dati abbia delle policy sulla privacy molto rigide che, ad esempio, limitino la data retention (ossia il periodo di memorizzazione dei nostri dati) e anonimizzino i dati.

Come (cercare di) difendersi

Alcuni esperti sostengono che i telefoni del futuro, per alzare il livello di privacy dell’utente, limiteranno sempre di più la possibilità di tracking automatico e, soprattutto, consentiranno l’anonimizzazione dei dati in uscita. Altri, più diffidenti, sostengono che si tratta del cuore del sistema economico attuale, il mercato dei dati, e che l’intero comparto della pubblicità si basa proprio su questa “fame” costante di informazioni. Per cui ciò non cambierà mai.

Oggi, sia sui sistemi Android, sia su iPhone, l’utente può cercare di sua iniziativa di limitare questa attività costante di tracking. Un primo passo intelligente potrebbe essere quello di disattivare i location services correlati alle app, soprattutto se certe app non ne hanno bisogno: in tal modo, le informazioni sulla geolocalizzazione e sulla nostra posizione sarebbero bloccate. Poi, lo stesso trattamento si potrebbe riservare a quelle app che cercano di accedere ai contatti, ai dati sensibili, alla telecamera e al microfono. Infine, si potrebbe agire direttamente sulle app, eliminando quelle che non utilizziamo (una sorta di “pulizia” delle app) e installandone altre che, invece, bloccano trackers, pubblicità e tentativi di recuperare i nostri dati, oppure che cifrano le nostre informazioni e ne minimizzano il trattamento.

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