La produzione industriale di materie prime agricole sta ‘mangiando’ le foreste del pianeta. Tra il 2010 e il 2020 almeno 50 milioni di ettari, un’area delle dimensioni della Spagna, saranno stati distrutti. È quanto emerge da Conto alla rovescia verso l’estinzione, rapporto che Greenpeace presenta in occasione del vertice mondiale del Consumer Goods Forum di Vancouver, che riunisce le principali multinazionali del settore alimentare, tra cui Nestlé, Mondelēz e Unilever. Nel 2010, i membri del CGF si erano impegnati a porre fine alla deforestazione entro il 2020, attraverso un approvvigionamento responsabile di materie prime come carne, soia e olio di palma. “Il 2020 è alle porte – denuncia Greenpeace – e ancora non sembrano esserci i presupposti per il rispetto degli impegni presi”. L’80% della deforestazione globale è provocato dall’agricoltura industriale, a sua volta causa della perdita degli habitat. Non solo. Il sistema alimentare è responsabile di un quarto di tutte le emissioni di gas serra che contribuiscono al cambiamento climatico e, circa il 60% di queste, è prodotto dal sistema legato agli allevamenti.

UNA PRODUZIONE NON SOSTENIBILE – “Invece di discutere su come agire con urgenza per ripulire le proprie catene di approvvigionamento dalla deforestazione – è l’accusa di Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia – queste multinazionali sembrano solo intenzionate ad aumentare ulteriormente la domanda di materie prime la cui produzione ha gravi impatti sulle foreste del Pianeta”. Dal 2010 la produzione e il consumo di prodotti agricoli legati alla deforestazione (tra cui carne, soia, olio di palma e cacao) sono aumentati vertiginosamente. Negli ultimi nove anni le aree coltivate a soia in Brasile sono cresciute del 45%, la produzione di olio di palma indonesiano del 75% e l’area totale di terreni coperti dalle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio dell’80%. Entro il 2050, la produzione e il consumo globale di carne potrebbero aumentare del 76%, la produzione di soia di circa il 45% e quella di olio di palma di circa il 60%.

LE RESPONSABILITÀ DELL’EUROPA – Anche l’Europa ha le sue responsabilità. Ogni anno nel nostro continente vengono consumati in media 85 chili di carne e 260 chili di prodotti lattiero-caseari procapite, più del doppio della media globale. L’appetito per i prodotti di origine animale ha portato l’Ue a diventare il secondo principale importatore di soia (e derivati) a livello globale. Ogni anno ne arrivano in Europa circa 33 milioni di tonnellate, l’87% dei quali destinati all’alimentazione animale. Le importazioni di soia in Europa rappresentano il principale contributo dell’Ue alla deforestazione globale.

IL RUOLO DELLE MULTINAZIONALI – Nel 2019 Greenpeace ha chiesto a oltre 50 multinazionali membri del Consumer Goods Forum di rendere noti i propri fornitori di carne, soia, latticini, olio di palma, cacao e cellulosa. “Nessuna – spiega Greenpeace – è stata in grado di dimostrare di aver fatto progressi significativi nell’eliminazione della deforestazione dalla propria catena di approvvigionamento”. Le multinazionali che hanno consegnato a Greenpeace la lista dei propri fornitori si riforniscono da alcuni dei principali commercianti di materie prime del mondo, come ADM, Bunge e Cargill. Questi operatori, a loro volta, si riforniscono di soia da aziende agricole accusate di accaparramento delle terre e distruzione del Cerrado brasiliano, la savana più ricca di biodiversità del mondo, e di olio di palma da aziende legate alla distruzione delle foreste indonesiane.

LE FORESTE SUDAMERICANE E LA SOIA – Quindici anni fa, l’Amazzonia brasiliana veniva deforestata selvaggiamente dall’industria del bestiame: in meno di vent’anni l’area sacrificata per lasciare posto ai pascoli è quadruplicata. Fra il 2004 e il 2017 la situazione è in parte migliorata, ma un ulteriore 18% dell’Amazzonia ha lasciato spazio agli allevamenti di bestiame. Anche l’industria della soia ha contribuito alla distruzione della foresta tropicale più grande del mondo. Nonostante gli effetti positivi di una moratoria sulla soia prodotta a scapito dell’Amazzonia brasiliana (permanente dal 2016), l’espansione delle piantagioni non si è fermata: dal 2006 l’area coltivata è aumentata di 3,5 milioni di ettari. Inoltre, l’industria della soia ha continuato a crescere spostando la pressione su altre eco-regioni come il Cerrado (che ha già perso metà della sua vegetazione originaria, circa 88 milioni di ettari) e il Gran Chaco.

LE FORESTE INDONESIANE E L’OLIO DI PALMA – Tra il 1990 e il 2017 l’Indonesia ha perso invece circa 27 milioni di ettari di foresta, principalmente a causa delle piantagioni destinate alla produzione di olio di palma e polpa di cellulosa. A dicembre 2018, Wilmar International, il più grande operatore mondiale di olio di palma, si è impegnato a monitorare i propri fornitori. Un passo in avanti ignorato da altri importanti commercianti come Cargill, GAR e Musim Mas. Nelle scorse settimane il governo indonesiano ha deciso di non rendere pubblici i dati relativi alle piantagioni. Negli ultimi anni, inoltre, la richiesta di olio di palma per la produzione di biocarburante è aumentata, anche a causa delle politiche in materia di bioenergie volute da diversi governi. Indonesia e Malesia, ad esempio, hanno incrementato l’utilizzo domestico di biodiesel per espandere il mercato dell’olio di palma. In Ue le importazioni sono cresciute di oltre il 40% tra il 2010 e 2017 e, ad oggi, oltre la metà dell’olio di palma importato in Europa viene utilizzato come biodiesel. E se il governo indonesiano valuta la possibilità di alimentare veicoli esclusivamente con diesel derivato da olio di palma, grandi commercianti di materie prime e società del settore energetico (tra cui Cargill, Total e Neste Oil) stanno costruendo, in Europa e nel Sud-Est asiatico, nuove raffinerie di biocarburanti o convertendo raffinerie di petrolio alla produzione di biodiesel.

LE FORESTE DELL’AFRICA OCCIDENTALE E IL CACAO – Oltre il 60% del cacao venduto nel mondo, infine, è prodotto da due soli Paesi dell’Africa occidentale: Costa d’Avorio e il Ghana. Il ruolo di leader mondiale nella produzione di cacao è costato caro alla Costa d’Avorio: tra il 1990 e il 2015 il Paese ha perso un quarto delle sue foreste, con gravi impatti sulle aree naturali protette. Se si continuasse di questo passo, nel giro di pochi decenni la Costa d’Avorio perderebbe tutte le foreste primarie, e ciò potrebbe portare alla sparizione di animali come elefanti, ippopotami pigmei, scoiattoli volanti, pangolini, leopardi e coccodrilli. Anche il secondo produttore mondiale di cacao, il Ghana, vive una situazione simile: tra il 2001 e il 2014 il Paese ha perso circa 700mila ettari di foresta, il 10% della propria copertura forestale. Gli impatti dell’espansione indiscriminata delle piantagioni non sono solo ambientali: la schiavitù moderna e il lavoro minorile sono molto diffusi nell’industria del cacao.

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