Il risultato che ha decretato il trionfo della Lega al 34%, il tonfo del M5S al 17%, il sorpasso del Pd al 22%, il “voto last minute” che, secondo Nicola Piepoli e molti altri sondaggisti circa il 9% di italiani avrebbe maturato in extremis (se non in cabina elettorale) ha ribaltato i rapporti di forza all’interno del governo e ha disegnato una virtuale maggioranza alternativa Matteo Salvini-Giorgia Meloni tutt’altro che scontata alla vigilia, con l’impresentabile “padre nobile” che ha portato Fi a dimezzare i consensi fuori dalla porta.

Che i numerosi indecisi, perplessi, delusi sarebbero stati determinanti e che il dato dell’affluenza – fermo al 56,1%, di poco inferiore al 57% del 2014 che decretò l’effimero trionfo di Matteo Renzi – sarebbe stato rilevante era noto, come pure era prevedibile che l’astensione avrebbe colpito duramente il M5S, già fortemente penalizzato alle recenti amministrative e responsabile di averla rimossa e/o sottovalutata.

Ciò che sembra quasi incredibile è l’assoluta sicurezza con cui tutti gli osservatori e gli “addetti ai lavori” sostenevano all’unisono che la partita italiana si sarebbe giocata su pochi punti percentuali in più o in meno per ogni formazione, al fine di decretare vittorie o sconfitte. Al contrario, i risultati sono netti e inesorabili come non mai, i vincitori e i vinti sono riconoscibili e identificabili come i beati e i dannati del Giudizio universale della cappella Sistina con la relativa eccezione del “nuovo” Pd di Nicola Zingaretti, che sorpassa di ben cinque punti percentuali gli odiosi alleati-compari della Lega “fascistizzata” da Salvini grazie a slogan come “chi vota M5S vuole Salvini agli Interni”, ma non porta nuovi voti al Pd, che anzi ne perde circa 110mila.

E per supremo paradosso gli elettori già del Pd, che per disperazione o ripicca avevano votato alle politiche M5S e che “pentiti” sono ritornati all’ovile – insomma i fedifraghi che Paolo Virzì vorrebbe cacciare definitivamente perché contaminati dal “fascismo grillino” – probabilmente convinti di aver assecondato la “deriva autoritaria” hanno contribuito ad abbattere l’unico argine allo strapotere salviniano rappresentato da Giuseppe Conte, ora in bilico, e Luigi Di Maio all’angolo.

Invece “il pallone gonfiato” è più gonfio che mai, ma di voti, e ha fatto capire chiaramente che non cambia nulla negli assetti di governo purché la sua agenda con Tav, Flat tax, autonomie fili liscia e senza intoppi di sorta e, sottinteso, il M5S non infastidisca più di tanto con tutti i suoi No, i “nuovi casi Siri”, il conflitto di interessi che nel dopo Silvio Berlusconi non appassiona più nessuno, la fissa con la prescrizione e la legalità.

Gli errori del M5S sono molteplici e di varia natura: da subito non aver cercato di tenere visibili costantemente i temi identitari, benché la convivenza governativa con la Lega facesse sembrare più facile e praticabile il pragmatismo del giorno per giorno e “i piccoli passi” di Di Maio in versione sempre più rassicurante e governativa, anche esteticamente. Poi nell’ultimo scorcio della campagna elettorale semi-permanente per le Europee il duello quotidiano con Salvini più spregiudicato, disinvolto, brutalmente diretto e perfettamente sintonizzato con il suo elettorato, nonché avvantaggiato dalla consuetudine con il potere e dalla demonizzazione dei Roberto Saviano & co. (che lo ha fatto ancor più benvolere) e il contestuale tardivo “riposizionamento a sinistra” di Di Maio hanno solo spostato voti dal M5S alla Lega e non ne hanno sottratti al Pd o alla sinistra.

Ma la questione delle questioni riguardo alla domanda sconfortata “come mai?” che si pongono tanti elettori, simpatizzanti e cittadini – che pur consapevoli dei limiti, delle ingenuità e del deficit di coerenza in cui a volte è incorso il M5S in questo anno di governo vissuto più che drammaticamente confidavano in un risultato “meno disastroso” – mi sembra la individui chiaramente Vincent Russo, social media manager de Il Fatto Quotidiano. Si tratta dell’enorme distorsione tra quello che il M5S ha fatto e come è stato comunicato, ovvero “la grande falla del M5S è stata avere tutti i media o quasi contro e aver fatto poco o niente per contrastarli”. Molto opportunamente, Russo specifica che si riferisce all’intera composizione del “sistema mainstream” e cioè tutto il panorama informativo: in senso stretto più tutto l’infotainment, dai protagonisti alle comparse, una cappa pervasiva e capillare a cui non è possibile sottrarsi.

Si tratta di qualcosa che non si è mai verificato prima nei confronti della maggiore forza di governo e che deriva semplicemente, a mio modestissimo parere, dal fatto che “i 5S sono al governo ma non sono il potere” come ha spiegato Pietrangelo Buttafuoco che non mi stanco mai di citare. Ed è evidente che l’ostilità del sistema, se è limitante quando sei all’opposizione, è letale quando sei al governo; tanto più – aggiungerei – in forza di un contratto con un partner apparentemente aborrito ma realmente vezzeggiato dal sistema mediatico. Quanto la narrazione demolitoria sul doppio binario degli “incapaci, sprovveduti, impreparati” e degli ipocriti “garantisti in casa loro” e “ferocemente giustizialisti” con gli avversari abbia fatto breccia, l’ho constatato nei discorsi da bar: “almeno quelli di prima rubavano ma erano capaci” come, più tristemente,  nelle obiezioni di chi li aveva votati ed è rimasto a casa: “Lascia stare Armando Siri, loro di inquisiti ne hanno più degli altri”.

Temo che a questa narrazione distorta e totalmente mendace, in sostanziale assenza di voci fuori dal coro, abbiano creduto in molti, indistintamente di destra e di sinistra, ignoranti e “colti”, spalmati su astensione, Zingaretti, Salvini. Tutti beatamente ignari di quel poco o molto di buono che ha fatto il M5S succube dell’ostilità mediatica, anche dagli scranni di governo benché, of course, accusato di lottizzare come e più degli altri, essendo come e peggio degli altri. Che cosa avrebbe potuto e dovuto fare il M5S per contrastare o arginare lo spiegamento di forze che non li voleva al governo e ha operato solo per sfrattarli senza usare in Rai i metodi noti e collaudati non mi è perfettamente chiaro: rimando al post illuminante di Vincent Russo.

Mi unisco all’auspicio che la severissima lezione uscita dal voto del 26 maggio di cui ha parlato Di Maio induca a recuperare brani di identità rimossi, a riprendere “un concerto a più voci” e a porsi come centrale il tema della percezione del proprio operato.

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