Come è potuto accadere? Come è potuto accadere? E’ questa la domanda che molti sostenitori 5 Stelle – increduli – si sono posti di fronte alle prime proiezioni elettorali. Come è potuto accadere, che uno dei maggiori fenomeni politici degli ultimi anni – un movimento onesto, capace, venuto dal basso – abbia dilapidato tutti quei voti a distanza di un anno appena? Quasi la metà degli elettori cinquestelle (33%) non si è recato al seggio e se l’ha fatto ha preferito il suo alleato di governo.

Ora non sto qui a valutare tutte le ragioni politiche nel dettaglio, non è il mio compito. Ma deve essere accaduto per forza qualcosa in quel tragitto metaforico che va tra quello che hai fatto a come l’hai comunicato. Puoi essere il miglior politico del mondo, ma se nessuno lo sa, non lo sei. Un’affermazione che sembra banale ma che è vera al 100% e che ha influito nell’insuccesso M5s.

La grande falla della comunicazione 5 Stelle è stata avere tutti i media o quasi contro e aver fatto poco o niente per contrastarli. Mi riferisco al sistema mainstream, con tutti gli attori che lo compongono, dai protagonisti fino alle figure minori: si va dai quotidiani, organi di stampa, ai personaggi televisivi, i notiziari radio-tv, i conduttori, i giornalisti, persino alcune particolari fiction o programmi di intrattenimento, forse possiamo escludere solo le previsioni del meteo. Voi mi risponderete: i 5 Stelle hanno sempre avuto i media contro, qual è la novità? La novità è che una cosa è avere i media contro quando si è all’opposizione, una cosa quando si è al governo. L’ostilità del sistema conta di più perché quando stai governando hai in mano la sorte di tanti milioni di cittadini.

Di Maio & C. hanno passato mesi a farsi definire ingenui, incapaci, sprovveduti, impreparati, ecc… Una narrazione così massiccia che come una goccia persistente ha scavato nella roccia giorno dopo giorno riuscendo a penetrare nell’opinione pubblica. Una narrazione a cui qualcuno ha creduto! E questo qualcuno non è andato a votare perché ha perso l’entusiasmo, o è tornato a votare Pd (quelli capaci) o Salvini (quello furbo e scaltro).

Per contrastare questa narrazione i 5 Stelle potevano occupare la Rai, stravolgere il palinsesto tv, non concedere niente al Pd, concedere meno alla Lega, scegliere un direttore del Tg1 con più spessore, ma non sarebbe stato molto diverso da quello che hanno sempre fatto le maggioranze politiche della prima e della seconda Repubblica. Vedrete quando Salvini sarà premier cosa farà della tv pubblica, ne abbiamo solo un assaggio oggi con il Tg2!

Qualche segnale però andava dato: ridimensionare subito Fabio Fazio per esempio (per gli alti stipendi, non per quello che fa e che dice nelle sue trasmissioni tv) e non aspettare che lo facesse Salvini (che denigrandolo pubblicamente ha fatto un gol a porta vuota a pochi giorni dal voto). Invece, a un certo punto, è sembrato che il M5S volesse quasi ‘difenderlo’ (ora si scopre che va addirittura nella Rai 2 di Freccero). Pazzesco! Risultato: tutto ciò che ha fatto di buono il Movimento non l’ha raccontato nessuno e l’allegra compagnia web da sola non è stata sufficiente. Per raccontare una storia credibile c’è bisogno di un coro, un coro che non c’è stato.

La domanda che ora tutti si fanno adesso è: Di Maio dovrebbe dimettersi? La mia opinione personale è non dovrebbe farlo come politico ma come stratega assolutamente sì: le ha sbagliate tutte. Avevo definito la comunicazione 5 Stelle con Di Maio troppo moderata, troppo in giacca e cravatta, che può anche andare bene, ma non da subito, non per chi si definisce una forza anti-sistema.

Un Movimento che non è un partito, deve fare la rivoluzione permanente. La rivoluzione deve far sognare, come avevano fatto alle Politiche, dove non c’era stato solo il canto di Di Maio ma un concerto a più voci: con Di Battista, Fico e le altre facce ‘oneste’ che gli italiani avevano imparato a conoscere in quello sgangherato primo mandato dai banchi dell’opposizione. Ecco c’è da scongelare quell’entusiasmo se vorranno ritrovare i voti perduti, ma c’è da riparare quella falla prima che si allarghi ancora e faccia tramontare per sempre tutte le velleità di cambiamento.