La Cina ha presentato “grave protesta formale” contro gli Usa lamentando la denigrazione e le azioni a danno di Huawei cui è stato impedito l’acquisto di componenti hi-tech da fornitori americani. La notizia arriva dopo che Vodafone ed EE, due aziende britanniche leader del settore della telefonia mobile, hanno annunciato la sospensione dei piani per la messa in vendita nel Regno Unito dei nuovi modelli di smartphone 5G di ultima generazione prodotti dal gruppo cinese Huawei. Entrambe hanno spiegato che la decisione – per ora cautelare e temporanea ma comunque sine die – è legata alle incertezze alimentate dalla battaglia commerciale degli Usa contro Huawei, società che Washington sospetta possa essere condizionata e manovrata dall’intelligence di Pechino.

L’amministratore delegato di EE, Marc Allera, ha sottolineato che le vendite non saranno ripristinate fin quando non emergerà un quadro di “informazioni più approfondite e di fiducia a lungo termine sulla sicurezza” degli utenti. L’azienda giapponese Panasonic, invece, ha comunicato ai suoi dipendenti “di interrompere le transazioni con Huawei e le sue 68 filiali coperte dal bando degli Stati Uniti” ma ha poi smentito lo stop alle forniture definendo l’azienda cinese un “partner importante”.

L’azienda cinese ha risposto annunciando il lancio di un sistema operativo “made in Huawei” in autunno e non oltre la primavera del 2020. Lo ha confermato Richard Yu, capo della divisione consumer business del colosso di Shenzhen, dopo le indiscrezioni che circolano da martedì 22 maggio sui media cinesi. “Siamo disponibili a continuare a usare i software di Google e Microsoft ma non abbiamo altra scelta” che lo sviluppo di un sistema autonomo, ha affermato Yu. Il manager ha assicurato che il sistema sarà di ampia portata e utilizzabile per l’operatività di smartphone, computer, tablet, tv, automobili e dispositivi portatili smart, nonché compatibile con tutte le applicazioni di Android. La vicenda mostra però i limiti della Cina nel settore: Huawei non ha uno sviluppatore sufficientemente valido sul mercato interno tale da sostenere l’evoluzione di prodotti e aggiornamenti, come Android di Google o iOs di Apple.

Per ora la “finestra” di 90 giorni concessa dall’amministrazione Trump per gli acquisti dai fornitori Usa punta a mantenere la piena operatività dei network esistenti. Alla scadenza però, senza svolte nel contenzioso commerciale, è difficile che Google possa continuare a vendere i suoi prodotti.

Il paese asiatico ha risposto presentando “una grave protesta formale” ed annunciando che “prenderà tutte le misure necessarie per aiutare le compagnie cinesi a migliorare la capacità nella gestione di questi rischi”. Lo ha spiegato il portavoce del ministero del Commercio Gao Feng. La Cina – ha spiegato Gao – spera che gli Usa “si comportino razionalmente”, correggendo “le azioni pericolose e sbagliate” e optando per i colloqui sul commercio all’insegna del “rispetto reciproco“. In ogni caso non ci sarà alcun passo indietro da parte di Pechino sulle questioni considerate “di principio fondamentali”. Infatti, il portavoce ha spiegato che la migliore reazione alle “prepotenze americane è avere le compagnie cinesi più forti” e che la nazione agirà “a tutela dei loro interessi” avendo fiducia e capacità nel poterlo fare.

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