Nelle scorse settimane sono state poche migliaia di persone a Rio e San Paolo, poi sono scesi in centinaia di migliaia a protestare mercoledì 15 maggio per le strade di 200 città in tutti gli Stati del Brasile. Studenti, professori, ricercatori e dipendenti del mondo dell’istruzione e delle università si sono uniti nelle contestazioni contro il governo di Jair Bolsonaro che ha dovuto così affrontare la sua prima significativa manifestazione di piazza. Accompagnata da uno sciopero delle università pubbliche, la protesta è stata organizzata dalle associazioni di studenti e dai sindacati per protestare contro l’annunciata riduzione del 30 per cento del finanziamento pubblico destinato alle università.

Tutto è iniziato con la notizia di poche settimane fa di voler tagliare i fondi a tutti i gradi di istruzione, dalla scuola materna al dottorato. Tagli che, sostengono le autorità, avvengono nell’ambito di una spending review che coinvolge tutti i ministeri. La riduzione del budget delle università ammonta a circa 1,7 miliardi di reais, pari a poco meno di 380 milioni di euro. E, secondo i dati diffusi dal ministro dell’Istruzione, Abraham Weintraub, rappresentano il 24,84% delle cosiddette spese discrezionali, cioè quelle definite non obbligatorie, come il pagamento delle bollette dell’acqua e della luce o le spese di manutenzione. Sospese anche le borse di studio per master e dottorati.

Anche se le proteste sono avvenute senza scontri con la polizia, tranne alcuni tafferugli e un autobus incendiato a Rio, Bolsonaro ha riservato commenti sprezzanti ai manifestanti, sostenendo che “in maggioranza sono militanti, gente che non ha niente nella testa: se gli chiedi quanto fa 7 per 8 non lo sanno, se gli chiedi quale è la formula dell’acqua non lo sanno”. Del resto il neopresidente populista non ha mai fatto mistero di considerare le università pubbliche come un covo di pericolosi sinistrorsi da eliminare. Il suo modello di educazione si ritrova di più in quello delle scuole militari, dove si insegnano “disciplina e amore per la patria”, e che ha detto di voler potenziare aprendone di nuove in tutto il paese. Le facoltà umanistiche come filosofia e sociologia sono invece inutili. Sia lui che il ministro Weintraub hanno infatti annunciato il taglio dei finanziamenti federali ai corsi universitari in queste materie, perché – come ha scritto Bolsonaro su Twitter – “l’educazione superiore dovrebbe concentrarsi su lettura, scrittura e aritmetica. Invece che sugli studi umanistici, lo Stato federale dovrebbe investire nelle aree che hanno un immediato ritorno economico per il contribuente, come veterinaria, ingegneria e medicina”.

Un annuncio che ha suscitato le proteste dei ricercatori delle principali università di tutto il mondo, tra cui Harvard, Yale, Cambridge, Oxford e la Sorbona, che hanno avviato una petizione e sottoscritto un manifesto contrario alla proposta del presidente brasiliano. Nel documento – sottoscritto da 800 istituzioni di tutto il mondo e 17.000 persone – si afferma che “nelle nostre società democratiche i politici non devono decidere cosa è buona o cattiva scienza. La valutazione della conoscenza e della sua utilità non deve essere fatta nel nome della conformità delle ideologie di governo. Le scienze sociali e umanistiche non sono un lusso e la profonda comprensione della società non può essere riservata ai ricchi”.

Ma non è questa l’unica protesta che ha scatenato Bolsonaro. La cerimonia di premiazione del 16 maggio, in cui il presidente è stato nominato personalità dell’anno dalla Camera di Commercio brasiliana negli Usa, è stata spostata da New York a Dallas per le critiche mossegli dal sindaco Bill De Blasio, gruppi ambientalisti, movimenti Lgbt e molti intellettuali e artisti brasiliani. Non solo. Gli ex ministri dell’Ambiente brasiliani hanno lanciato in questi giorni un grido d’allarme contro le politiche del governo in questo settore, accusandolo di avere seguito “una politica sistematica, costante e deliberata di decostruzione e distruzione delle politiche ambientali” attuate dall’inizio degli anni ’90 e di rovesciare tutti i risultati degli ultimi decenni.

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