L’incontro di Taranto tra un ministro inadempiente e la città delusa è un atto sorprendente di buona politica e spiego il perché. Finalmente le promesse, in questo caso di Di Maio e del Movimento Cinquestelle sul destino dell’Ilva, persino le fanfaronate, hanno avuto un luogo, un tempo, una possibilità di essere certificate e ufficializzate. Molti i lazzi, gli sghignazzi, il piacere di vedere Luigi Di Maio messo davanti le proprie responsabilità, le proprie bugie o omissioni, i semplici errori di valutazione, il supino interesse a utilizzare la propaganda per alimentare l’idea che d’un tratto il nero potesse divenire bianco, il veleno un fiore profumato, l’Ilva un monumento al benessere.

Ci sta, era prevedibile che la delusione di una città si mostrasse con la durezza di parole di pietra. Era meno prevedibile che un politico tornasse sul luogo del delitto e raccogliesse ciò che ha seminato: la sfiducia. Avete visto Salvini confrontarsi con i meridionali su ciò che aveva scritto e detto su di essi? Le accuse, a volte densamente razziste, sono scivolate via e nascoste dentro il nuovo corso leghista. E Renzi? Ha mai preso in considerazione di affrontare con il suo partito gli errori di strategia, le politiche sbagliate? E avete mai visto Berlusconi, l’uomo della Provvidenza, ammettere che il buon Dio aveva aiutato più lui che gli italiani ad arricchirsi?

La politica sgancia le sue bombe di propaganda e lascia il carico di esplosivo nelle mani di chi ha creduto o sperato nella virtù della politica.Questa volta Taranto ha esibito il conto a Di Maio, e lo ha fatto con una compostezza, una irriducibilità e anche un rigore sconosciuti. Merito di chi si batte per non morire di Ilva, e però merito anche di chi in questo momento, proprio sotto i colpi dell’Ilva, è stato battuto: Luigi Di Maio.

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