La memoria è “un dovere morale e civile” perché gli eventi della Resistenza “compongono l’identità della nostra Nazione da cui non si può prescindere per il futuro”. Ma anche perché la lotta per la Liberazione da nazismo e fascismo “con la sua complessità, è un fecondo serbatoio di valori morali e civili”. “Ci insegna che, oggi come allora, c’è bisogno di donne e uomini liberi e fieri che non chinino la testa di fronte a chi, con la violenza, con il terrorismo, con il fanatismo religioso, vorrebbe farci tornare a epoche oscure, imponendoci un destino di asservimento, di terrore e di odio”. A parlare è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che da Vittorio Veneto rende attuale, viva, la celebrazione del 25 aprile. D’altra parte, ha aggiunto il capo dello Stato, “la Storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva“.

Quella che vede la luce il 25 aprile è “l’Italia che ripudia la guerra e s’impegna attivamente per la pace. L’Italia che, ricollegandosi agli alti ideali del Risorgimento, riprende il suo posto nelle nazioni democratiche e libere. L’Italia che pone i suoi fondamenti nella dignità umana, nel rispetto dei diritti politici e sociali, nell’eguaglianza tra le persone, nella collaborazione fra i popoli, nel ripudio del razzismo e delle discriminazioni. Non era così nel ventennio fascista”.

Il presidente ha ricordato come “molti italiani, donne e uomini, giovani e anziani, militari e studenti, di varia provenienza sociale, culturale, religiosa e politica, maturarono la consapevolezza che il riscatto nazionale sarebbe passato attraverso una ferma e fiera rivolta, innanzitutto morale, contro il nazifascismo”. Per questo l’antidoto alle minacce di oggi si custodisce nelle parole del partigiano Teresio Olivelli, ucciso a bastonate nel lager di Hersbruck, che Mattarella ha ricordato nel suo discorso: “Lottiamo giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere elargita dagli altri. Non vi sono liberatori. Solo uomini che si liberano”.

Anzi, come sempre in queste occasioni, il presidente della Repubblica ricorda qual è la realtà del regime fascista in quei vent’anni di potere: “Non era permesso avere un pensiero autonomo, si doveva soltanto credere. Credere, in modo acritico e assoluto, alle parole d’ordine del regime, alle sue menzogne, alla sua pervasiva propaganda. Bisognava poi obbedire, anche agli ordini più insensati o crudeli. Ordini che impartivano di odiare: gli ebrei, i dissidenti, i Paesi stranieri. L’ossessione del nemico, sempre e dovunque, la stolta convinzione che tutto si potesse risolvere con l’uso della violenza“. Nel ventennio – sottolinea Mattarella – non c’era “libertà di opinione, di espressione, di pensiero. Abolite le elezioni, banditi i giornali e i partiti di opposizione. Gli oppositori bastonati, incarcerati, costretti all’esilio o uccisi“. “E, soprattutto – dice ancora Mattarella -, si doveva combattere. Non per difendersi, ma per aggredire. Combattere e uccidere per conquistare e soggiogare. Intere generazioni di giovani italiani furono mandate a morire, male armati e male equipaggiati, in Grecia, in Albania, in Russia, in Africa per soddisfare un delirio di dominio e di potenza, nell’alleanza con uno dei regimi più feroci che la storia abbia conosciuto: quello nazista. Non erano questi – conclude il presidente – gli ideali per i quali erano morti i nostri giovani nel Risorgimento e nella Prima Guerra Mondiale“.

Mattarella ha ricordato che al movimento della Resistenza hanno partecipato contadini, operai, intellettuali, studenti, militari, religiosi e tra loro “azionisti, socialisti, liberali, comunisti, cattolici, monarchici e anche molti ex fascisti delusi”. E poi chi mise a disposizione case, cibo, aiuti, “che si prodigarono per salvare la vita degli ebrei, rischiando la propria”. Accanto a loro, come “componente decisiva”, i tanti militari che, catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre, rifiutarono l’onta di servire sotto la bandiera di Salò e dell’esercito occupante e preferirono l’internamento nei campi di prigionia nazisti”. Furono 600mila.

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