Da tempo mi chiedo quale sia il pensiero critico in grado di scalfire la grande narrazione salviniana. Così mi sono concentrato su alcuni profili di celebrities di sinistra che vanno per la maggiore, almeno sui social e sui giornali. Per ricavarne l’impressione che gli intellettuali ‘di sinistra’ annaspino, sembrando spesso inefficaci, se non controproducenti.

Partiamo da Roberto Saviano, auto-investitosi del ruolo di Vate e pontefice laico della sinistra, che si fa denunciare per aver chiamato Salvini “il ministro della Mala Vita” (ma come gli è venuto in mente? Gli basterà dire che citava Salvemini?), per poi lamentarsi della querela. Ma l’intellettuale è responsabile, perciò egli si fa carico pubblicamente di ciò che dice, ed è disposto per amore di verità e giustizia a subirne le conseguenze in nome di un principio più alto.

C’è poi Michela Murgia. Presa da un’identica velleità, sembra parametrare l’universo alla propria esistenza, e prima stila un ‘fascistometro’ che francamente ha prodotto più meme sarcastici che altro, poi sforna un’analisi comparativa dei curriculum suo e di Salvini che fa acqua da tutte le parti. La retorica del lavoro, infatti, non soltanto è quella che ha prodotto la demagogia che si vorrebbe combattere (‘i politici non fanno niente, sono delle sanguisughe a spese dello Stato’) e che ha dato la stura ai movimenti cosiddetti ‘populisti’ (ma userei ‘demagogici’), ma non ha mai salvato nessuno: Berlusconi ci ha marciato vent’anni, dobbiamo riproporla ancora? Se Silvio mettesse a confronto il proprio cv con quello di Murgia, quest’ultima impallidirebbe. Ma che senso ha? Peraltro, Murgia, che pure mette un caveat (“Io sono a favore della retribuzione dei politici, purché facciano quello per cui li paghiamo”) non si accorge che quella retorica del lavoro potrebbe applicarsi pari pari al lavoro intellettuale, quello che fanno i professori come me e le scrittrici come Michela Murgia.

Ieri il ministro degli interni Matteo Salvini ha pensato bene di fare l’ennesimo tweet contro di me virgolettandomi come…

Pubblicato da Michela Murgia su Mercoledì 17 aprile 2019

Poi c’è Michele Serra, tra l’Eau de moi, fragranza prodotta con la moglie, i casali di campagna, il contegno da padre nobile che ha però perso quello sferzante sarcasmo, sostituito da un certo trombonismo senile (com’era la tripartizione arbasiniana? Brillante promessa-solito stronzo-venerato maestro?), che interviene a ruota di Murgia per dire che occorre rivendicare con orgoglio la cultura, i libri, l’aver studiato più degli altri. Una volta a sinistra ci si poneva il problema del diritto allo studio, Gramsci ci spiegava che essere intellettuali o non esserlo era una questione di classe. Niente di tutto questo sfiora più Serra, che non si chiede – posto che la cultura abbia mai salvato qualcuno – se studiare non sia un privilegio.

Tema toccato da Christian Raimo, altra aspirante autorità civile della sinistra. Raimo polemizza con Serra, ricordando per l’appunto che “Poter studiare è un diritto ma per molti ancora in Italia è un privilegio”. Giusto, ma se a questo rispondiamo ancora con il romanticismo dei subalterni alla don Milani (che in verità gli intellettuali li aveva parecchio in uggia), stiamo freschi. Raimo fa un pistolotto ‘di sinistra’ dicendoci che forse l’operaio della logistica (il nuovo Militina, nell’immaginario di Raimo) scambierebbe le sue 12 ore di lavoro per una domenica di studio “matto e disperato [sic]”. Ed ecco il vizietto antico di forcludere il subalterno (colui, qui, che – con termine gramsciano reinterpretato dalla scuola bengalese dei Subaltern studies – non accede alla mobilità sociale in ascesa), di parlare al posto suo. La sinistra che mentre dichiara di sapere cosa il subalterno vorrebbe, lo ventriloqua e dunque lo silenzia. Il subalterno così non viene rappresentato in senso politico, ma in senso estetico.

Ecco, questo vizietto contro cui polemizzava la prima traduttrice di Derrida negli States, Gayatri Spivak, alla sinistra non glielo levi neanche con le cannonate. Avevo scritto un libro — naturalmente Raimo non è tenuto a leggere i libri che scrivo — contro il ventriloquio dei ‘subalterni’ (Diritti umani e relativismo, Laterza). Ma si vede che non ha raggiunto l’obiettivo. In quale distopia un operaio della logistica scambierebbe le ore di lavoro con ore di lavoro altrettanto se non più noioso (e non meno faticoso, sebbene diversamente faticoso) e per di più non retribuito, come è lo studio? Fosse vivo Ettore Scola forse ci direbbe che l’operaio scambierebbe il proprio lavoro solo con una rendita senza sforzo, casa con piscina, mojito, SUV in garage, Eau de moi

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