Per pura eterogenesi dei fini, certo: ma siamo ridotti a dire che questa volta ha ragione la sottosegretaria-leghista-ai-Beni-culturali-che-non-legge-libri, la mitica Lucia Borgonzoni. Certo, l’avrà fatto perché odia la Francia e considera Leonardo una derrata italiana da proteggere: ma insomma ha detto no al prestito al Louvre del celeberrimo disegno vinciano con il cosiddetto Uomo vitruviano, conservato alle Gallerie dell’Accademia a Venezia. Se formalmente a decidere dovranno essere i tecnici, è evidente che la questione è ormai di politica internazionale: e c’è da immaginare che l’ultima parola spetterà al ministro Bonisoli, o addirittura al presidente del consiglio Conte (una volta tanto).

Un ottimo articolo di Ruggero Tantulli ha raccontato in queste stesse pagine tutta la deprimente storia: chiarendo bene la posta in gioco (il disegno è così fragile che se va a Parigi dovrà poi rimanere chiuso al buio per ben dieci anni), e mostrando che direttori, soprintendenti e associazioni di tutela (si segnala soprattutto l’ottima sezione veneziana di Italia Nostra) sono concordemente per il no. Troppo fragile, quel foglio celeberrimo, per rischiare anche solo il minimo, ulteriore danno. Da parte mia, vorrei sottolineare due aspetti in cui questa ennesima vicenda di ‘mani sul patrimonio culturale’ appare esemplare.

La prima è il disprezzo (non trovo altre parole) per la competenza tecnico-scientifica da parte dei decisori di nomina politica. Nella fattispecie il segretario generale paracadutato dal governo giallo-verde ai Beni Culturali, Giovanni Panebianco: il quale, trovandosi a fare il direttore pro-tempore dell’Accademia di Venezia (perché i concorsi delle successioni ai primi direttori franceschiniani scaduti non sono stati preparati in tempo: no comment) ha pensato bene di provare a ribaltare il parere negativo della sua predecessora. Il punto però è che la direttrice Paola Marini (storica dell’arte) e il consiglio scientifico del museo avevano detto di no, motivando il loro parere: e Panebianco è un economista esperto di diritto penale tributario e lotta al doping. Come possa venirgli in mente di mettere bocca in questioni tecniche solo perché un bizzarro caso della vita l’ha portato per qualche mese a sedere su una poltrona (quella veneziana) dove non dovrebbe stare, è un mistero della fede. Sarebbe come se io, dopo una laurea ad honorem in storia della medicina, pretendessi di aprire un cristiano in sala operatoria.

La seconda è una piaga ormai endemica e diffusissima, ma non per questo meno meritevole di essere stigmatizzata, anzi. Alludo all’oscena prassi dello scambio di opere d’arte tra musei in occasione di mostre: i rapporti culturali come un club di scambisti. Già, perché l’idea è quella di usare l’Uomo vitruviano come un pezzo da novanta nella partita a scacchi tra Francia e Italia per i prestiti dei centenari di Leonardo e Raffaello. Ma si tratta di un cinismo inaccettabile. Perché tutte le opere d’arte, e a maggior ragione quelle delicatissime e celeberrime, dovrebbero spostarsi il meno possibile, e solo per motivi eccezionali e ragioni cogenti: cioè per andare in una posizione (di confronto con un’altra opera, per esempio) dove possono ‘giocare’ solo loro, senza possibilità di sostituzione. E a deciderlo devono essere gli studiosi, non i burocrati o i politici. In nessun caso, invece, possono essere trattare come figurine, che i ministri si scambiano come doppioni in un gioco cinico e interessato: dove non è chiaro chi vinca, ma è invece evidente chi perde. Leonardo.

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