Una nuova contesa fa litigare Italia e Francia. Questa volta riguarda l’Uomo vitruviano, disegno di Leonardo Da Vinci custodito alle Gallerie dell’Accademia di Venezia e corteggiato dal Museo del Louvre di Parigi che lo vorrebbe in prestito il prossimo autunno. O almeno così pare, perché la vicenda, tra mail segrete, prese di posizione incrociate e voci di corridoio, ancora è tutt’altro che definita. Infatti, alla prima richiesta formale del museo francese, la direttrice Paola Marini e il comitato scientifico avevano risposte negativamente, ma dopo il cambio al vertice delle Gallerie dell’Accademia sono spuntate in ordine una mail riservata, svelata dal quotidiano Nuova Venezia, e poi una nuova relazione tecnica che dà parere positivo. In pratica, con l’arrivo del nuovo direttore pro tempore Giovanni Panebianco, segretario generale del Mibac, si starebbe riconsiderando il prestito. Tanto che Le Figaro conferma l’esistenza di una trattativa.

“Al momento non è pervenuta alcuna richiesta ufficiale da parte della Francia”, fanno invece sapere dal ministero dei Beni e delle Attività culturali, specificando che “si sta ragionando di alcuni scambi Leonardo-Raffaello a condizioni di reciprocità, ma liste non ce ne sono”. Il ministro M5s Alberto Bonisoli nei giorni scorsi, però, non ha smentito una trattativa con i cugini transalpini, pur senza nominare l’Uomo vitruviano. “Non sono contrario ai prestiti, purché consentano di aumentare l’offerta culturale, a parità di condizioni e in tutta sicurezza – sono le parole di Bonisoli, intervistato dal Journal des Arts – Se posso aiutare la Francia lo farò”. Anche la sottosegretaria ai Beni culturali Lucia Borgonzoni, senatrice bolognese della Lega, si dice “favorevole ai prestiti, perché è giusto che le opere d’arte girino il mondo”, ma spiega al fattoquotidiano.it che “l’Uomo vitruviano non è in condizione di poter essere trasferito, vista la sua delicatezza”.

L’opera, un disegno a penna e inchiostro su carta di 34 per 24 centimetri risalente al 1490 che rappresenta l’equilibrio tra cielo, terra e uomo, è conservata nel caveau del museo veneziano dal 1822. Non è mai uscita dall’Italia, nonostante le tante richieste ricevute, per via della particolare fragilità: viene esposta di rado al pubblico, dal momento che necessita di cinque anni di ‘riposo’ al buio totale dopo tre mesi di luce. Non solo: nel rispetto della Costituzione, rientra tra i beni che non possono uscire dal territorio italiano – se non con apposita deliberazione – come prevede l’articolo 66 del Codice dei beni culturali, varato nel 2004 dall’allora ministro Giuliano Urbani, in quanto costituisce “il fondo principale di una determinata ed organica sezione di un museo, pinacoteca, galleria, archivio o biblioteca o di una collezione artistica o bibliografica”.

Un capolavoro, quello raffigurato anche sulle monete italiane da un euro, che fa gola all’importante museo parigino – dove già troneggia la Gioconda – nell’ambito delle celebrazioni per i 500 anni dalla scomparsa dell’artista italiano. Entrambi i Paesi, infatti, hanno voluto omaggiare il maestro del Rinascimento, morto nel 1519 ad Amboise, in Francia, all’età di 67 anni. Centinaia gli eventi nel Belpaese, tra cui le mostre agli Uffizi di Firenze, alla Biblioteca Reale di Torino (dove si trova l’Autoritratto vinciano) e, appunto, alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dove dal 17 aprile al 14 luglio si potranno vedere 25 fogli autografi di Leonardo, tra cui il disegno conteso, nella mostra Leonardo Da Vinci. L’uomo modello del mondo.

Una sola grande esposizione di quattro mesi è invece prevista in Francia, dal 24 ottobre al 24 febbraio: il Louvre, che aveva preso i contatti con i singoli musei italiani, ha ricevuto diversi rifiuti. Compreso, come detto, quello del museo lagunare, espressosi in ottobre con una relazione tecnica negativa: la direttrice Paola Marini e il comitato scientifico (dove siede anche Vittorio Sgarbi) hanno accolto le richieste francesi per alcuni disegni, ma non per l’Uomo vitruviano, simbolo nel mondo di perfezione classica del corpo e della mente.

L’opera, definita “particolarmente sensibile anche ai minimi cambiamenti” nel documento stilato dalla responsabile del Gabinetto Disegni e dalla funzionaria restauratrice conservatrice, presenta “alcune criticità che destano particolare preoccupazione”: macchie causate dalla muffa, deformazioni del foglio e soprattutto un solco profondo che sottolinea il contorno della figura maschile. Al punto che “movimentazioni, sollecitazioni” e pure “lievi modificazioni termoigrometriche dell’ambiente possono aumentare l’estensione delle micro rotture, ipotesi assolutamente da evitare”.

Eppure, dopo il cambio al vertice (la direttrice è andata in pensione), il nuovo direttore pro tempore Giovanni Panebianco, nonché segretario generale del Mibac (Ministero per i Beni e le Attività culturali), nominato per avocazione, ha fatto tornare a galla la questione. Il caso è stato sollevato da Vera Mantengoli sul quotidiano Nuova Venezia che il 30 marzo ha pubblicato una mail segreta del direttore ad interim che guida le Gallerie fino alla nomina del nuovo direttore, datata 7 marzo. Un ordine di servizio in cui si mette nero su bianco l’idea di riconsiderare il prestito alla Francia, inizialmente negato dalle stesse Gallerie dell’Accademia.  “Ritengo che il Museo possa valutare la riapertura della questione ai fini di un eventuale prestito dell’Uomo vitruviano”, scrive Panebianco, che aggiunge di voler “acquisire elementi tecnici utili a tale ipotesi con la massima urgenza”. La diffusione del messaggio, rivolto ai funzionari veneziani, ha fatto scattare un’indagine interna alle Gallerie per capire chi abbia fatto girare la comunicazione.

Fatto sta che pochi giorni dopo, il 9 aprile, al segretario generale del Mibac perviene una seconda relazione tecnica riservata pubblicata anche questa in esclusiva dalla Nuova Venezia. È redatta dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e, pur confermando i rischi del trasferimento (si parla di “rischio accettabile”), dà parere positivo. Con delle precisazioni, come il raddoppio del tempo ‘a riposo’ al buio (dieci anni invece che cinque) dopo l’esposizione, il limite dei tre mesi per la passerella al Louvre (non quattro, come richiesto dal museo parigino) e alcune prescrizioni programmatiche, addirittura sulla predisposizione di una scorta armata per il trasporto dell’opera d’arte. La relazione considera l’incisione di scontorno della figura “non passante” e quindi la tenuta del materiale di supporto “stabile e continua”. Ma a balzare all’occhio è soprattutto l’incongruenza nell’individuare la data dell’ultimo restauro del disegno, avvenuto nel 1992 per i tecnici dell’Accademia, nel 2009 per quelli dell’Opificio Pietre Dure.

Al di là delle Alpi, nel frattempo, è stato Le Figaro a dare per fatto l’accordo con l’Italia, salvo fare una parziale retromarcia dopo la smentita del ministro Bonisoli, confermando tuttavia l’esistenza della trattativa. Come confermato anche dal Mibac, la trattativa c’è e verte su uno scambio con qualche opera di un altro celebre pittore rinascimentale italiano: Raffaello Sanzio.  Un giro di prestiti tra i due Paesi, come confermato anche da Sgarbi, figura leader del comitato Raffaello 2020. L’anno prossimo, infatti, si celebreranno i 500 anni dalla morte dell’artista urbinate.

A far partire il dialogo informale con i cugini transalpini era stato in realtà Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle Attività culturali nei governi Renzi e Gentiloni. Ma, una volta subentrato il governo Conte, le carte trovate dalla sottosegretaria Borgonzoni sono state subito bloccate. “L’Uomo vitruviano ha la stessa fama della Gioconda, quindi perché privarcene per dieci anni, senza che l’Italia ne tragga benefici? – chiede la senatrice – A guadagnarci sarebbe solo il Louvre, che d’altro canto ricambierebbe con dei Raffaello ‘che si possono spostare’, come loro stessi hanno fatto sapere”.

La possibilità che l’Uomo vitruviano viaggi verso Parigi, che sta suscitando forti mal di pancia tra diversi parlamentari del M5s, come riportano i quotidiani locali, ha fatto scalpore anche nel mondo della cultura. Da Giovanna Nepi Scirè, a lungo alla guida delle Gallerie dell’Accademia, totalmente contraria al prestito dell’”opera-simbolo” (“Nel 1994 il Louvre negò il Ritratto di Isabella d’Este”), alla professoressa di Storia dell’Arte di Ca’ Foscari Ileana Chiappini di Sorio – che propone di prestare una copia – passando per l’associazione Italia Nostra, sono in tanti a chiedere al ministero di non far correre troppi rischi al capolavoro di Leonardo.

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