Un concorso internazionale, limitato pare alla sola guglia di ottocentesca fattura, ma ormai diventata il simbolo della “tragedia”, limiterà per ora i propositi ambiziosi delle nostre due archistar rivali: reinterpretazione in legno secondo Renzo Piano, in cristallo secondo Massimiliano Fuksas.

La sola idea del concorso contraddice poi quanto affermato subito dopo, cioè l’intenzione di ricostruire “com’era, dov’era”, secondo il principio coniato (e diventato uno slogan dopo i vari terremoti) per il campanile di Venezia nel 1903 dal sindaco lagunare. Questa era la solenne promessa enunciata da Emmanuel Macron non solo per la guglia, ma per tutte le parti andate perse nell’incendio, sulle cui cause si discuterà per anni. Un concorso invece è una raccolta di idee tra i vari architetti, dove le soluzioni dissacranti – e qui l’aggettivo è d’obbligo -, più estreme e fantasiose, vincono su quelle più razionali e meno impattanti. Si riprodurrà un altro caso “Diamanti”, perché il clima di scontro e sfida che sta montando – dopo l’ondata di melassa, di compassione nella settimana di passione, di ingenuo ma anche sincero trasporto – per quello che più di un importante monumento di arte e devozione è uno dei simboli di Parigi (come la Tour Eiffel, la Senna, il Moulin Rouge) non si esaurirà certamente a breve.

Peraltro mi augurerei che questo sentimento così universale e questo improvviso amore per l’arte fossero propedeutici a una riscoperta del valore della tutela dei monumenti, che per trascuratezza e incuria stiamo perdendo quotidianamente nel silenzio più assordante. Temo invece che succederà come per quelle opere che vengono restaurate più volte a suon di milioni a distanza ravvicinata, solo perché gli sponsor sono felici di vedere impresso il proprio marchio sul cartello, posizionato in bella vista nel centro città affollato di consumatori, mentre i tanti monumenti dispersi nelle campagne, nelle zone periferiche e nelle province, vengono trascurati (nella sola Francia, centinaia di chiese) e muoiono nel degrado senza nemmeno i finanziamenti per una manutenzione ordinaria a tutela dei fedeli.

Poco importa che tanti abbiano scoperto solo ora che Notre-Dame fosse in gran parte un falso storico, un’interpretazione di un architetto visionario – Eugene Viollet Le Duc, che come Morris e D’Andrade aveva rivalutato il gotico dopo il dispregio rinascimentale in primis del Vasari che ne inventò il termine (cit. Le Vite). Anzi, a tal proposito, sarebbe utile un clone dall’architetto Eugene, che al limite, con pochi interventi suggestivi della contemporaneità, ricostruisca quello che nell’immaginario popolare collettivo è il simbolo della Cristianità e non solo in Francia. In questo modo tradizione, innovazione, storia, devozione e bellezza potrebbero essere rispettati.