L’odio trasmesso dai leader politici nei confronti dei giornalisti sta diventando sempre più una delle principali minacce alla libertà di stampa. Il rapporto 2019 di Reporters Sans Frontières disegna una situazione in cui “l’odio verso i giornalisti è degenerato in violenza“. A farne le spese non sono solo i reporter che operano in Paesi con uno scarso livello democratico, ma anche quelli che lavorano in Stati europei, compresa l’Italia. Nel nostro Paese, nonostante un ulteriore miglioramento che lo porta al 43esimo posto su 180 Stati analizzati, tre posizioni sopra rispetto al 46esimo posto del 2018 e al 52esimo del 2017, ciò che maggiormente preoccupa sono proprio gli attacchi dei politici. Sotto la lente di Rsf finiscono in special modo i rappresentanti del Movimento 5 Stelle e della Lega, colpevoli rispettivamente di aver usato termini offensivi contro alcuni giornalisti e di aver minacciato di ritirare loro la scorta.

“L’odio trasmesso in vari Paesi dai leader politici è riuscito a provocare passaggi all’azione più gravi e più frequenti”, si legge nel rapporto dell’organizzazione parigina. Sulla mappa pubblicata dagli analisti, solo il 24% dei 180 Paesi e territori analizzati è in una situazione “buona” o “piuttosto buona”. Un peggioramento rispetto al 26% del 2018. L’ong ha rilevato “un aumento del pericolo e, quindi, un livello di paura inedito in alcuni luoghi” tra i reporter, mentre molestie, minacce di morte, arresti arbitrari sono sempre più parte dei “rischi del mestiere”.

Tra i Paesi dove un giornalista può lavorare con maggiore tranquillità e libertà, si confermano al vertice gli Stati del nord Europa, con la Norvegia in testa alla classifica, seguita da Finlandia e Svezia. Una sorpresa è rappresentata dal Costa Rica, al decimo posto, un’eccezione nel continente americano.

L’Italia viaggia in controtendenza con il generale peggioramento della situazione, guadagnando altre tre posizioni fino ad arrivare al 43esimo posto, cinque gradini sopra gli Stati Uniti, al 48esimo posto. Nel Paese, però, permangono i pericoli causati dalle “reti mafiose o organizzazioni estremiste“. Ma a preoccupare maggiormente è il peggioramento nel rapporto tra giornalisti e classe politica: “Vari professionisti dell’informazione – si legge – sono anche stati apertamente criticati per il loro lavoro da rappresentanti politici, in particolare da alcuni membri del Movimento 5 Stelle, che non hanno esitato a chiamarli ‘infimi sciacalli’ e ‘prostitute’“. Un atteggiamento di aggressività che, si legge nel rapporto, ha convinto alcuni reporter a cedere “alla tentazione di autocensurarsi per evitare le pressioni provenienti dal mondo politico”.

Anche certi comportamenti tenuti da alcuni esponenti della Lega, tra cui il ministro dell’Interno Matteo Salvini, vengono considerati dannosi per la libertà di stampa nel nostro Paese. Nel report di Rsf si legge che “alcuni giornalisti sotto protezione di polizia da vari anni sono stati minacciati di non poter più avere la scorta, poiché leader politici al potere hanno dichiarato di volerla sospendere”. Spiegazione che riporta alla mente le parole di Salvini che in passato ha sollevato dubbi sull’utilità della scorta per Roberto Saviano e la decisione del Viminale di revocare e poi ripristinare la protezione per il giornalista Sandro Ruotolo. Per quanto riguarda l’autore di Gomorra, il rapporto dice che “deve la sua sopravvivenza solo alla costante protezione della polizia italiana, che ha sventato lo scorso maggio un tentativo di assassinarlo da parte della mafia”. Rsf scrive che, nonostante ciò, “il ministro dell’Interno e leader della Lega, Matteo Salvini, ha suggerito che la protezione della polizia a Roberto Saviano possa essere ritirata”, dopo le critiche espresse dal giornalista nei confronti del vicepremier. La gravità della situazione sicurezza per i giornalisti italiani è testimoniata dal fatto, concludono, che sono “quasi una ventina” i cronisti italiani sotto scorta permanente, il doppio rispetto all’anno scorso, con “il livello di violenza espressa contro i professionisti dell’informazione nella penisola che si aggrava soprattutto in Campania, Calabria, Puglia e in Sicilia, ma anche a Roma e dintorni”.

In generale, gli analisti di Rsf sono preoccupati per un graduale avvicinamento agli standard di Paesi come Vietnam e Cina, dove la stampa ufficiale controlla il dibattito pubblico e decine di giornalisti, professionisti e non, sono in carcere. Il “contromodello” cinese, “basato su sorveglianza e manipolazioni orwelliane dell’informazione grazie alle nuove tecnologie, è anche più allarmante, proponendo ormai Pechino il suo modello repressivo fuori dalle sue frontiere”, scrivono. “C’è bisogno di un risveglio dei modelli democratici, altrimenti questi contromodelli prospereranno e si moltiplicheranno”, ha dichiarato il segretario generale Christophe Deloire. In Europa, i giornalisti “oggi devono affrontare le peggiori minacce”, prosegue il rapporto: omicidi a Malta, in Slovacchia e Bulgaria, attacchi verbali in Serbia e Montenegro e livelli inediti di violenza durante le proteste dei Gilet Gialli in Francia.