Notre-Dame, cattedrale gotica e simbolo della Francia, con i suoi otto secoli di storia e le sue cinque navate, sopravvissuta al sacco della Rivoluzione del 1793, all’arbitrarietà del “restauro stilistico” ottocentesco e a due guerre mondiali, tornerà a essere ricostruita “dov’era com’era”. La guglia ottocentesca di 93 metri, piegata dalle fiamme, invenzione di Viollet-le-Duc, autore del controverso restauro della cattedrale – iniziato nel 1847 e durato 20 anni – sarà ricostruita e verrà riposizionata in corrispondenza dell’incrocio della navata principale con il transetto.

È certo, Notre-Dame tornerà a essere il simbolo della Francia, sopravviverà al fuoco e forse anche all’inevitabile dibattito che seguirà in vista della sua ricostruzione (quali dovranno essere i materiali impiegati per la struttura danneggiata dall’incendio? Il legno all’insegna della continuità o la leggerezza dell’alluminio?) – meno scontato invece, l’esito delle visioni estetizzanti della sua ricostruzione da parte delle cosiddette “archistar,” le quali, con la cattedrale ancora fumante, incalzate dai giornalisti, non possono fare a meno di avere “delle visioni che guardano lontano”. Fuksas sulle pagine di Huffington Post risponde: “La prima idea che mi viene in mente è una specie di pinnacolo altissimo fatto come un cristallo di Baccarat… che può essere illuminato la notte e riempirsi di luce”. Ma subito si affretta ad aggiungere “questo è il momento della tristezza estrema e del raccoglimento e le idee devono lasciare spazio ai fatti di cronaca”.

Sì, è il momento del raccoglimento e della riflessione – la grande emozione suscitata dall’incendio di Notre-Dame ce lo impone – la distruzione in poche ore di un monumento, vissuta in tutto il mondo come un evento luttuoso e doloroso, ci ricorda che nostro patrimonio è allo stesso tempo vivo e fragile, e ci fa interrogare sul perché ha ancora senso guardarsi indietro storicamente. Perché la storia dell’architettura e la storia dell’arte, suggerisce Salvatore Settis, come tutte le scienze storiche, servono per capire, per orientarsi nel mondo e nella vita, servono a conoscere e capire non solo i quadri e le cattedrali, ma anche le città in cui viviamo e i nostri paesaggi, servono a capire il rapporto tra l’uomo e la storia, tra noi e il futuro.

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