Il diritto del quale si parla è uno di quelli che paiono poco rivendicati e praticati, in un atteggiamento collettivo di sfiducia o di inerzia: incidere sull’azione della politica. Molto più del diritto di pensiero e di quello di libera espressione. Vera militanza personale che in passato – anche nel nostro Paese – comportò cambiamenti determinanti. Poco considerato, negli ultimi giorni questo diritto è tornato a imporsi e chi è intellettualmente onesto non può che riconoscerne ancora la potenza. Il caso è, ancora una volta, il Congresso mondiale per la famiglia di Verona.

A renderlo oggetto di contestazioni e critiche non è stato – in realtà – il suo contenuto: chiara, nota e legittima espressione di un movimento conservatore che da tempo si esprime liberamente, come è giusto che sia. Non è stata e nemmeno è una questione religiosa, poiché già nel mondo cattolico vi sono profondi contrasti in merito, senza contare poi il resto delle confessioni cristiane – prima fra tutte quella valdese – tenacemente ostili a ogni oscurantismo e sostenitrici di una chiara laicità su alcuni temi.

Ad accendere le polemiche è stata la sciagurata volontà di una parte politica al governo del Paese di apporre la propria firma. Firma – si badi bene – non solamente “ di partito”, ma istituzionale, dichiarando così apertamente il progetto di portare quei contenuti nelle regole di convivenza del nostro Paese, di voler perseguire un’idea “moralizzatrice” dell’azione di governo. Questo è stato l’errore. Commesso per ingenuità? No, commesso ritenendo di avere ormai in pugno la gestione anche morale della cosa pubblica.

Capita, quando la politica perde il senso delle dimensioni del proprio ruolo e il senso della delega. E ritiene – con presunzione – non solo di avere una missione quasi divina, ma di non dover riconoscere ostacoli. Allora ecco la spavalda adesione di ministri, l’ostentazione della retorica del “io ho vinto e io faccio”: il ministro dell’Interno, cioè quello deputato a garantire le regole della civile convivenza e del rispetto; quello della Famiglia, incaricato di interpretare la valenza pubblica della massima espressione di vita privata; quello dell’Istruzione, che avrebbe il dovere di amministrare l’istituzione scolastica che forgia personalità e insegna principi.

L’espressione più clamorosa di questo atteggiamento è stato il braccio di ferro sul patrocinio da parte del governo, con l’uso arbitrario perfino del simbolo della presidenza del Consiglio. Una malandrinata? No, l’esempio della convinzione di onnipotenza, del senso di “proprietà” dello Stato da parte di chi è al governo. Ed è qui che non si sono fatti i conti con un senso del diritto ritenuto ormai appassito e invece ancora ben vivo.

La contestazione che si è sollevata è stata fortissima, contro – forse per la prima volta dopo decenni – non la minaccia di veder introdurre nuove norme discutibili, ma quelle di veder cancellare diritti ormai consolidati. I risultati sono stati veloci. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, se aveva taciuto sull’utilizzo del logo di palazzo Chigi delegando una timida reazione al sottosegretario Vincenzo Spadafora, ha poi avvertito la necessità politica di esporsi in prima persona. Il clero, tanto nazionale quanto locale , nella persona del potente vescovo veronese Giuseppe Zenti, ha dichiarato di condividere i contenuti, ma non gli strumenti usati. Il che – tradotto dal linguaggio “episcopale” – significa che del convegno non si sentiva proprio il bisogno. Il neoeletto presidente dell’Istat Giancarlo Blangiardo che – sebbene in quota Legaha annullato la propria partecipazione ritenendola “inopportuna”.

L’altro vicepremier, Luigi Di Maio, ha affermato un’indiscutibile distanza, suggerendo – ma pochi l’hanno compreso – il vero terreno sul quale si potrebbe giocare una crisi del governo, cioè i diritti civili e la laicità dello Stato. Lo stesso Matteo Salvini per la prima volta ha rinunciato alla consueta spavalderia e – pur rivendicando l’ovvio diritto alla partecipazione – ha fatto eco a Di Maio, probabilmente conscio della scivolosità del momento. In ultimo il governatore leghista del Veneto Luca Zaia, che pur aveva concesso il patrocinio, ha finito per annunciare la propria partecipazione solo “per sentire cose si dice, ma portando un pensiero a tutela della libera scelta della donna e contro l’omofobia”.

Presto per dire che certa politica con tentazioni moralizzatrici abbia recepito la lezione, ma abbastanza per affermare che c’è ancora ben viva la rivendicazione a un diritto fondamentale: quello di ricordare alla politica di avere ricevuto una delega non in bianco, ma su bisogni contingenti. Di essere al servizio e non al comando. E soprattutto di esistere per aggiungere e non per togliere.

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