Bio sì o bio no, chi ha ragione? Quelle persone che, in numero crescente, vi fanno affidamento (nel 2018, la vendita di prodotti bio è cresciuta dell’8%; nel 2017, il 47% delle famiglie consumava bio almeno una volta alla settimana – dati Nomisma) o chi pensa sia un costoso imbroglio? Certo, le truffe ci sono, così come anche più gravi in tutto il comparto alimentare: basti ricordare la mucca pazza o le uova al fipronil. Eppure, si continuano a mangiare questi cibi e si sottovaluta invece il potenziale del bio.

Mito n° 1: le coltivazioni bio rendono il 50-75% in meno rispetto a quelle convenzionali. Sulla base di studi e dati, il Gruppo dei docenti per la libertà della scienza (insegnanti universitari) ha compilato un rapporto pubblicato sul portale ResearchGate1. La resa inferiore del 50-75% (e quindi la minor capacità di sfamare una popolazione crescente, ipotesi sfruttata a favore degli Ogm) non è un dato scientificamente sostenibile, osservano i docenti, che contrappongono invece dati concreti, come uno studio di modellistica a livello globale (Nature 2017) secondo cui con l’adozione di tecniche bio si ha un calo della produttività per ettaro dell’8-25%; l’ultima metanalisi (2014), che confrontava bio e convenzionale, segnalava una riduzione media del 20%.
E nei Paesi più poveri come va? Ecco il risultato in base ai 286 progetti di agroecologia (sistema di agricoltura sostenuto dalla Fao e che punta a produzioni ecosostenibili di alimenti, carburante, ecc.) realizzati su 37 milioni di ettari in 57 Paesi tra Africa e Sud-Est asiatico: “Raddoppio delle produzioni, riduzione degli impatti ambientali, incremento dell’occupazione e miglioramento della qualità della vita”, si legge nel report.

Mito n° 2: le coltivazioni bio inquinano come le altre
Il disciplinare vieta le sostanze di origine sintetica ma non quelle naturali, come piretrine e composti del rame. Allora il bio inquina come il convenzionale? No, secondo Roberto Pinton, segretario di Assobio, che sulla questione riporta dati oggettivi, suggerendo di scaricarsi l’ultimo rapporto Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) sullo stato dei pesticidi in Italia. Da qui emerge “una presenza diffusa di pesticidi nelle acque, con un aumento delle sostanze trovate e delle aree interessate”. Sono 259 sostanze, tra cui erbicidi che, sottolinea Pinton, non sono ammessi nel bio.

Quanto al rame, il segretario osserva che rispetto ai pesticidi non entra nel tessuto della pianta, ma rimane in superficie: basta una sciacquata per eliminarlo. Invece i pesticidi penetrano nel frutto, nella foglia o nel fusto, e ci restano. Poi il rame non è nocivo se usato in dosi ridotte. Come di fatto è: a gennaio l’Ue ha ridotto la soglia massima di impiego di questo oligoelemento, che non è usato solo nel bio e comunque non per tutte le colture. Ma il danno del rame è davvero tale? “Nel suo report, la stessa Efsa [Autorità europea per la sicurezza alimentare, N.d.A.] ammette che il metodo utilizzato per valutare il rame non è stato concepito per valutare le sostanze minerali: i metodi sono quelli sviluppati per la valutazione delle sostanze di sintesi, che non sono presenti in natura”, aggiunge Pinton.

Mito n° 3: mangiare bio è inutile
Non ci sono al momento studi conclusivi sulla superiorità nutrizionale dei cibi bio. Tuttavia, nel 2014 un’analisi su 313 studi ha indicato in frutta e verdura bio un’attività antiossidante superiore del 20-40%. A febbraio 2019 uno studio californiano ha mostrato come i livelli organici di fitofarmaci, insetticidi ed erbicidi crollino con una dieta bio.

Conclusione
Il bio non sarà perfetto e le sue rese non saranno mai come quelle del convenzionale, ma i vantaggi dal punto di vista ecologico compensano il divario: protezione della biodiversità di piante e animali, cibo e ambiente più “puliti”.

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