di Giovanni Vetritto

Le settimane passano velocemente verso l’appuntamento elettorale europeo di maggio, e la situazione politica italiana continua a offrire ai federalisti un panorama sconfortante. La destra è ormai allineata e compatta sul fronte sovranista, con FdI che dopo le elezioni regionali abruzzesi e sarde vede crescere il suo peso, la Lega in salita esponenziale, i gruppetti neofascisti ormai legittimati anche in puntuali scelte amministrative (basti pensare al rifiuto – alla richiesta del Comune – di sgombero del palazzo romano occupato da Casapound); sinceramente comico, in questo quadro, che Forza Italia, trascinata nel declino da quello fisico di Silvio Berlusconi, si atteggi a baluardo europeista: è di Berlusconi e dei suoi governi la responsabilità dell’iniziativa contro il funzionalismo e a favore di pratiche francamente intergovernative (e, d’altra parte, il voto dei parlamentari europei azzurri contro le sanzioni all’Ungheria di Orban è ancora recente e di lampante significato).

Del Movimento 5 Stelle e delle sue incoerenze sull’Europa mette appena conto accennare, visto il tracollo in corso in tutte le recenti consultazioni elettorali, seppure parziali. Dall’altro lato dello schieramento continuano le contorsioni politiciste della nomenklatura Pd, incapace di dire alcunché di politicamente significativo, ripiegata sui propri tatticismi, con l’elettorato in fuga ormai massiccia e costante. Nemmeno il tentativo, peraltro equivoco, del “Manifesto Calenda” è servito a smuovere le acque e a far maturare una posizione europea chiara e netta. E d’altra parte, di federalista in quel manifesto c’era ben poco, come subito osservato da chi scrive (Non mollare, n. 34, p. 4).

Resta, per le residue speranze dei federalisti, una possibile aggregazione di forze singolarmente a fortissimo rischio (se non certezza) di non raggiungere lo sbarramento del 4%, ma forse in grado di produrre un risultato utile nella competizione se opportunamente apparentate, non come stratagemma elettorale dell’ultimo minuto, ma come consapevole operazione finalizzata ad allargare l’offerta politica con una chiara posizione europeista e un ragionato apparentamento di storie e culture.

La porzione di diaspora pannelliana raccolta sotto le insegne di +Europa ha la posizione più chiaramente europeista, seppure ancorata a un’ormai improponibile fedeltà ai dogmi sbagliati dei parametri di Maastricht e al sogno lisergico di una fantomatica “austerità espansiva”. Il suo apparentamento all’Alde, il partito liberale europeo, rappresenta un valore, essendo quella la forza del Parlamento dell’Unione ad avere avuto le posizioni più nette contro l’involuzione autoritaria di diversi Stati membri (quorum nos), ma anche a favore del rilancio del progetto di integrazione.

L’Alde, nella gestione di Guy Verhofstadt, ha avuto una progressiva convergenza con i Verdi, anticipata dal libro scritto dal segretario liberale con quello verde Cohn Bendit. Basterebbe riallacciare il filo della vicinanza di radicali e verdi durante gli anni 80, quando il movimento ecologista nacque, per ricostruire nessi e senso di una rinnovata alleanza non solo in funzione di questa traiettoria di politica europea, ma forse perfino di quella nazionale.

Certo, molte e rilevanti storie liberali e liberalsocialiste sono state, nel tempo, abbandonate all’irrilevanza e in mille modi tradite dai radicali, per decenni schiavi del machiavellismo del leader, che arrivò a farne la stampella dei primi governi del più illiberale demagogo che a quei tempi la politica italiana (purtroppo destinata a esperienze perfino peggiori in seguito) avesse mai visto. Davvero troppo chiedere a un elettorato rimasto sulle posizioni della migliore tradizione della sinistra liberaldemocratica europea di portare acqua a quel mulino in quanto tale; e, d’altra parte, nella crisi terminale del Pd, la strada di un free riding elettorale in quel mondo i radicali di +Europa l’hanno già tentata alle ultime elezioni politiche nazionali, con esito infausto (e ampiamente previsto da chi a quell’elettorato dà voce, almeno sul piano culturale: fondazioni, associazionismo, riviste).

Nulla impedirebbe, però, a una plausibile alleanza radicale-verde di chiamare in causa quelle storie, anche solo con poche significative candidature di personalità e storie coerentemente rimaste a guardia del pensiero liberaldemocratico e lib-lab e dei suoi filoni storici: azionismo, liberalismo di progresso, repubblicanesimo, socialismo liberale rosselliano, socialdemocrazia di ispirazione europea.

Anche il ventilato apparentamento con l’Italia municipalista dei sindaci, giovane, non dogmatica e innovativa in tante figure anche note a livello nazionale, rappresentata dal nuovo movimento Italia in Comune, da questo punto di vista potrebbe rappresentare, se ben costruita politicamente e gestita con intelligenza sul piano tattico, un ulteriore allargamento di spettro, visione e aspirazione politica, non eterogeneo e non forzato.

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