E’ cominciata la settimana dei dubbi amletici per i veneti che, a cominciare dal governatore leghista Luca Zaia, hanno puntato tutto sull’autonomia, ovvero sull’ottenimento di 23 deleghe dalla Stato per poter gestire in proprio buona parte dei soldi che attualmente finiscono a Roma. Ma la situazione riguarda anche i lombardi e gli emiliano-romagnoli per i quali il 15 febbraio non è il giorno dopo San Valentino, ma il momento cruciale in cui il governo ha promesso che metterà sul tavolo le carte. Ovvero farà conoscere qual è la bozza dell’accordo da presentare alle tre Regioni, al termine di una negoziazione che è durata quasi un anno e mezzo. E svelerà se a Palazzo Chigi contano di più i leghisti, che hanno promosso l’autonomia in chiave federalista, come evoluzione storica della Padania di Umberto Bossi (la proclamazione virtuale avvenne il 15 settembre 1996 a Venezia), che è stata sventolata per anni come uno spauracchio del centralismo e che ora è dimenticata da tutti. O se invece l’interdizione del Movimento Cinque Stelle è riuscito a rallentare ancora una marcia per ora nient’affatto trionfale.

Gli ultimi segnali indicano difficoltà all’orizzonte. Che la situazione sia incandescente, lo conferma ora il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Io sono garante della coesione nazionale. Non sottrarremo nulla al Sud, riconosceremo specifiche competenze ad alcune Regioni del Nord che sono in condizione di poterle rivendicare. Ma non pregiudichiamo il quadro complessivo dello Stato e riequilibreremo con meccanismi di solidarietà l’eventuale pregiudizio per altre Regioni”. E che le difficoltà a chiudere la proposta del governo ci siano lo ha confermato nelle ultimissime ore anche Zaia, che aveva assicurato, dopo la bozza del 15 febbraio, la firma dell’intesa con Conte per il 21 marzo: “Qualche ministero ha un po’ di ritrosie, ma li convinceremo. Tempistiche? Quella politica è il 15 febbraio per chiudere quantomeno il dibattito sull’intesa, per poi arrivare alla sottoscrizione che è necessaria prima delle Europee”. E così la data potrebbe slittare ancora, visto che le Europee sono il 26 maggio. Non a caso il sottosegretario alle Autonomie Stefano Buffagni (M5s), da sempre scettico sull’accoglimento di tutte le 23 deleghe richieste dal Veneto, dichiara di ritenere che il 15 febbraio “la ministra Stefani presenterà una bozza di proposta per l’autonomia con le funzioni trasferibili”. Già, ma quali?

I referendum consultivi di Veneto e Lombardia a favore dell’apertura della trattativa sull’autonomia risalgono al 23 ottobre 2017. Un’intesa di massima fu raggiunta dal governo e dalle tre Regioni nel febbraio 2018. Ma da allora l’agenda non si è concretizzata, anche se una bozza di accordo c’è. “Avremo l’autonomia come regalo di Natale” aveva annunciato la nomenklatura leghista in autunno. Hanno mangiato il panettone e non è accaduto niente, salvo la promessa di un solenne pronunciamento il 15 febbraio. Adesso ci siamo. Ma Zaia, che ha messo in questa battaglia la sua credibilità politica, sembra sentire ancora puzza di bruciato. A dicembre aveva detto: “Senza autonomia, il governo va a casa”. Pochi giorni fa, davanti all’assemblea di Confartigianato a Treviso, ha dichiarato: “Noi veneti vogliamo l’autonomia, e il 15 febbraio il governo dovrà darci una risposta. Ma ci sono cose che ho chiesto e vedo che non sono condivise, come il fatto che la Regione Veneto si prenda le concessioni delle autostrade. Autonomia vuol dire anche questo. Se non ci danno quello che vogliamo, io non firmo più le carte”. Dietro le deleghe ci sono questioni economiche imponenti. E anche politiche, visto che Zaia se l’è presa con il ministro Cinquestelle alle Infrastrutture, Danilo Toninelli, che non sembra intenzionato a lasciare le autostrade alle Regioni.

Sono mesi che i vertici leghisti accusano i compagni di governo di aver rallentato l’esame dei dossier delle materie per le quali viene chiesta l’autonomia. Ma negli ultimi tempi si sono agitate anche alcune Regioni meridionali, preoccupate che le riforme a favore di tre delle Regioni del Nord più ricche possano spaccare un Paese dove quattro Regioni godono già degli statuti speciali e quindi di maggiori risorse e potere amministrativo. Il consiglio regionale della Campania, ad esempio, ha approvato un ordine del giorno promosso dal centrosinistra, ma votato anche dal centrodestra, con astensione del M5s, che adombra un ricorso alla Corte Costituzionale se l’accordo verrà raggiunto. “Accettiamo la sfida della competizione sulle autonomie e non ci sfiliamo, ma tutto deve avvenire nello spirito degli articoli 116 e 119 della Costituzione e della legge 42 del 2009 sul federalismo” ha spiegato Franco Picarone, consigliere regionale Pd. Promotore dell’odg. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, è pronto a manifestare a Montecitorio: “Siamo preoccupati e indignati per la rottura dell’unità nazionale, l’esaltazione delle disuguaglianze e la secessione dei ricchi”. Il Piemonte è invece pronto ad accodarsi alle altre Regioni del Nord, seppure con la richiesta soltanto di una dozzina di deleghe. Comunque, anche quando un’intesa governo-Regioni dovesse essere sottoscritta, la parola finale spetterà a Camera e Senato con la votazione a maggioranza qualificata di una legge apposita.