Gli assistenti vocali stanno entrando nelle camere degli ospedali statunitensi con diverse sperimentazioni. Al momento si parla di attività di base, per esempio sfruttare l’assistente vocale per chiedere l’intervento di un’infermiera, o per ordinare il pranzo. È al vaglio anche l’opportunità di usare queste risorse hi-tech per controllare la posologia dei farmaci, dare accesso alla cartella clinica e fornire assistenza medica ai pazienti dimessi. Non solo: alcuni ospedali stanno valutano l’impiego di assistenti vocali in terapia intensiva e nelle sale di risveglio.

Le opportunità sono molte, e l’idea di valutarle è dettata dal fatto che Oltreoceano la diffusione degli assistenti vocali (Amazon Alexa, Google Assistant, Apple Siri) nelle abitazioni private si ampliando così rapidamente, che molte persone hanno ormai familiarità con questo tipo di dispositivi. Ci si aspetta, quindi, che molti pazienti possano ritrovare le stesse comodità in ambito sanitario. Ecco perché molte startup stanno già lavorando ad adattamenti a vario livello delle tecnologie vocali, per renderle compatibili con lo Health Insurance Portability and Accountability Act (HIPAA) per l’elaborazione, la conservazione e l’archiviazione delle informazioni sanitarie.

Cedars Sinai Medical Center – Immagine: Depositphotos

 

Chiariamo subito che i progetti sono a lungo termine, perché come sottolinea Darren Dworkin del Cedars-Sinai di Los Angeles, “non penso che nel breve, medio o lungo termine l’EMR (Electronic Medical Record, la cartella clinica elettronica) verrà rimpiazzato da un’assistente vocale. Gli assistenti vocali sono una tecnologia meravigliosamente potente, ma dobbiamo capire come sfruttarla nel modo giusto“. L’idea secondo cui questi prodotti potrebbero semplificare la fruizione di cartelle cliniche elettroniche è quindi fondata, ma vista la delicatezza dell’argomento eventuali passi verranno portati avanti con molta cautela.

Fra i nosocomi in cui ha preso il via la sperimentazione c’è l’ospedale pediatrico Northwell Health di New York, dove si proverà a mettere dispositivi con Alexa nelle stanze private. Lo stesso farà il Mayo Clinic. Dato per assunto che “la tecnologia vocale può aiutare a migliorare le richieste di assistenza e fornire allo staff informazioni in tempo reale per garantire la sicurezza del paziente”, l’obiettivo della sperimentazione è proprio valutare i reali vantaggi sul campo.

Già nel 2017 il Cedars-Sinai acquisì una quota azionaria di un’azienda che sviluppa tecnologie vocali come parte di un programma di accelerazione nell’adozione di nuove tecnologie. Darren Dworkin ha spiegato che l’idea di partenza è quella di valutare l’uso della tecnologia per fornire istruzioni di cura e informazioni ai pazienti a casa. Mayo Clinic ha creato un programma per Alexa tramite il quale fornisce istruzioni di post-dimissione ai pazienti che si stanno riprendendo dagli interventi chirurgici.

Immagine: Depositphotos

 

Gli obiettivi a lungo termine sono ben più ambiziosi. Per esempio, la dott.ssa Sandhya Pruthi di Mayo Clinic sta conducendo studi sull’uso della voce per diagnosticare le malattie cardiovascolari. In sostanza, cambiamenti nel tono, nella chiarezza espositiva e nella cadenza della voce potrebbero aiutare a prevedere l’insorgenza di ictus e altre emergenze sanitarie. Al momento però si tratta di uno studio, mirato ad assistere meglio le persone che abitano in zone rurali, dove l’accesso agli ospedali è difficoltoso.

Oltre tutto, la realizzazione di qualsiasi progetto d’impiego dell’assistente vocale che sia più complesso della chiamata dell’infermiera (per esempio) dovrà obbligatoriamente rispettare le leggi per la conservazione delle cartelle cliniche e le informazioni sanitarie sensibili. Per il momento si può quindi vedere l’assistente vocale in ospedale come un’opportunità per migliorare i servizi al paziente. In cosa si evolverà è ancora da vedere.

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