Fu condannato per una strage che non aveva mai commesso e passò in carcere 22 anni. Per questo motivo Giuseppe Gulotta ha chiesto un risarcimento da 66 milioni di euro. L’uomo, che ora ha 61 anni, fu accusato dell’omicidio di due giovani carabinieri della caserma di Alcamo Marina avvenuto il 26 gennaio del 1976. Arrestato e condannato all’ergastolo, quando aveva 18 anni, venne assolto dalla Corte d’appello di Reggio Calabria, dopo una lunga serie di processi e una vita passata dietro le sbarre. Era stato risarcito per la ingiusta detenzione con 6,5 milioni di euro, ma i suoi legali pretendono che paghino anche coloro che portarono i giudici a emettere una sentenza ingiusta. “I giudici stabilirono che la confessione venne estorta e gli venne riconosciuto un risarcimento di sei milioni e mezzo di euro” dice l’avvocato Baldassare Lauria, spiegando che il ragionamento della Corte è che “possono liquidare soltanto l’indennizzo per i giorni che Gulotta ha espiato in maniera indebita”.

Nella nuova richiesta, pari a 66.247.839,20 euro, vengono conteggiati tutti i danni non patrimoniali (morale ed esistenziale). Nell’atto, che verrà depositato al tribunale di Firenze dagli avvocati Baldassare Lauria e Pardo Cellini che hanno assistito Gulotta sin dal processo di revisione, vengono citati tre ministeri – Economia, Difesa e Interno – la presidenza del Consiglio e tre carabinieri. A Gulotta fu inflitto l’ergastolo il 29 novembre del 1989, verdetto revocato dopo la revisione il 13 febbraio del 2012. L’uomo confessò, scrivono gli avvocati nella citazione, dopo “sevizie e torture ad opera di investigatori appartenenti all’Arma dei Carabinieri“.

I giudici che si sono occupati della revisione hanno accertato “come l’errore giudiziario cui sono incorse le diverse Corti che hanno sentenziato la condanna all’ergastolo … sia stato la diretta conseguenza degli illeciti posti in essere da un terzo (id est: appartenenti all’Arma dei Carabinieri) che, inquinando il giudizio penale, attraverso la produzione di prove estorte illecitamente (confessioni ed accuse estorte con le sevizie e torture), ha indotto in errore il giudice e condotto all’ingiusta condanna”. “Per trentasei anni sono stato un assassino“, aveva raccontato in un libro del 2013 lo stesso Gulotta, “dopo che mi hanno costretto a firmare una confessione con le botte, puntandomi una pistola in faccia, torturandomi per una notte intera. Mi sono autoaccusato: era l’unico modo per farli smettere”.

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