di Franco Valenzano

Com’è stato? Come può essere accaduto che un vagone di un treno, con una sua evidente fisiologica possenza, il suo notevole peso, il pesante metallo di cui è costituito, possa essersi ridotto così come si presentava la terza carrozza del Cremona-Milano, nel disastroso deragliamento di Pioltello, esattamente un anno fa? Chi, cosa e come l’ha violentata al punto tale da piegarla a 90 gradi, schiacciandola, strapazzandola, sbattendola in ogni direzione come un esile fuscello, con anomala brutalità, abbattendo due pali di linea, fino a ridurla a una fragilissima, disarticolata copia in cartapesta afflosciata su se stessa, copiosamente macchiata del sangue delle sue vittime perfino sulle pareti esterne?

Un quesito che ancora oggi mi ossessiona. Ancora oggi mi fa vibrare colpi al treno sulla banchina, a saggiarne la solidità, poiché tutto quanto continua a sembrarmi impossibile. Le riprese dall’alto dei Vigili del fuoco evidenziano molto meglio lo scenario tristissimo, drammatico eppure reale, che invano tento di descrivere con queste deboli parole.

Si può immaginare anche solo un minimo il vissuto di quei lunghissimi due/tre minuti degli occupanti di quella carrozza? No. Non è possibile. Non ci riuscirete mai. È passato un anno e possiamo dirlo: è un’esperienza che ti cambia. Ti ammazza pur lasciandoti in vita. Chi l’ha vissuta senza morirne ha comunque lasciato in quella carrozza il suo precedente se stesso. Da quel giorno, un altro ha preso il suo posto. Né migliore, né peggiore. Sicuramente diverso: psicologicamente più fragile, più debole e costantemente consapevole della friabile caducità della vita. Non esiste terapia in grado di risanarti pienamente la mente. Angoscia e nausea sono tuttora pronte a farsi sentire a ogni sobbalzo, a ogni aumento della velocità. Non solo in treno.

Sul filo di lana di un anno intero trascorso, convivono due sensazioni in qualche modo opposte: da un lato sembra sia successo solo ieri. Dall’altro, sembra sia passata una vita. La prima, credo, sia dovuta alla sensazione che quelle lamiere lacerate, contorte, macchiate di rosso, di quella maledetta terza carrozza siano rimaste nel profondo intimo dei propri ospiti. I sogni ricorrenti connessi all’evento sono divenuti meno frequenti, ma non ancora del tutto scomparsi, insieme alle notti fatte di sonni malvissuti.

La sensazione che sia passata una vita trae origine dalla fisiologica sete di giustizia non ancora appagata dal vedere un processo anche soltanto appena avviato. Una sete che cresce in maniera direttamente proporzionale allo scorrere del tempo. Le indagini, in tali casi, non sono né semplici, né brevi. Perfino nei Paesi normali. Figuriamoci qui da noi. Dove la giustizia è stata la cenerentola delle attenzioni della classe politica.

Non si può morire sul lavoro. Nemmeno andando al lavoro. Sergio Mattarella ha appena detto: “Sono morti inaccettabili. La sicurezza sul lavoro è un diritto fondamentale di cittadinanza”. Anche la sicurezza recandosi al lavoro è un altrettanto sacrosanto diritto fondamentale di cittadinanza. Non è ammissibile perdere la vita per una stupida negligenza e sconsideratezza di terzi nel compiere il proprio lavoro. A tutti i livelli, ma soprattutto in quelli apicali, ove si concentrano gli introiti retributivi più elevati e, insieme, anche le derivanti forti responsabilità legate al controllo serio, ultimativo, di quel che avviene sotto la loro guida.

L’anno trascorso, non va dimenticato, ha visto i tavoli conviviali delle famiglie Milanesi, Pirri e Tadini – sia nel quotidiano sia in tutte le consuete occasioni di festività che il calendario, implacabile, propone: compleanno, Pasqua, Natale eccetera – indelebilmente segnati dal vuoto incolmabile della lacerante assenza delle loro Ida, Giuseppina e Pierangela. Anche loro non vanno dimenticate. I disastri di Pioltello, di Viareggio e di Andria/Corato non vanno gettati nel dimenticatoio alla stregua di news “usa & getta”.

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