Vince il patto privato a danno dello Stato tra l’attuale segretario della Lega, Matteo Salvini, e il padre fondatore, Umberto Bossi. La IV Corte d’appello di Milano ha disposto il non luogo a procedere per il Senatur e il figlio Renzo imputati per appropriazione indebita con l’ex tesoriere Francesco Belsito. E lo ha fatto in virtù della mancata querela nei loro confronti, che in base alla norma introdotta dal governo Gentiloni e voluta dal Pd, è necessaria per procedere per quel tipo di reato. Il Carroccio, guidato dal vicepremier, ha presentato la denuncia nei soli confronti dell’ex amministratore per cui i giudici hanno rideterminato la condanna a un anno e 8 mesi e 750 euro di multa pena sospesa.

Il Trota: “Grazie a Salvini e grazie alla Lega” –  “Sicuramente grazie a Salvini e alla Lega i quali hanno valutato i documenti delle indagini e hanno visto che le spese a me imputate non sono state pagate dal partito. Finalmente con l’applicazione dell’articolo 129 finisce un processo lungo 7 anni”, ammette Renzo Bossi. Secondo il Trota, il vicepremier “ha fatto una scelta basata sulla valutazione degli avvocati della Lega. Sicuramente Salvini avrà valutato che tutti quei documenti che noi negli anni abbiamo portato, difendendoci in tutte queste udienze, dimostravano che quei soldi non li avevo mai presi e che quelle spese le avevo pagate io. La stessa scelta di derubricare il reato da appropriazione a tentata appropriazione, già dimostrava che la Lega non aveva fatto pagamenti a mio favore. Alcune spese non erano proprio mie”. Eppure sia Bossi junior che Bossi senior erano stati condannati in primo grado. “Avrei voluto discutere il merito dei capi di imputazione – ha aggiunto l’ex consigliere regionale in Lombardia -. Ormai da 7 anni vengo a tutte le udienze, porto documenti che dimostrano che queste spese le ho pagate io e non è mai stato dimostrato che queste spese le abbia pagate la Lega. Siamo arrivati ad oggi e va bene così“.

Legale Bossi sr: “Quella di Salvini è scelta giuridica non politica” – L’avvocato del Senatùr, Domenico Mariani, sottolinea come quella di non presentare querela sia stata “una scelta giuridica e non politica perché chi aveva il diritto di sporgerla sapeva benissimo che il senatore non era a conoscenza di molti di quei fatti per i quali è sotto processo. L’ho detto io, lo dicono le prove. Il senatore Bossi non sapeva, non si occupava degli aspetti economici a maggior ragione all’epoca dei fatti, a maggior ragione dopo la malattia che l’ha colpito”. Di umore opposto, ovviamente, Belsito: “Sono rimasto con il cerino in mano. Io pago lo scotto di essere stato il tesoriere che ha eseguito determinati ordini. In questo caso paga l’esecutore ma non il mandante. Speriamo che la Cassazione faccia chiarezza”. 

L’accusa aveva chiesto la conferma della condanna
Il sostituto procuratore generale, Maria Pia Gualtieri, aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado di tutti gli imputati perché la querela presentata solo contro l’ex tesoriere andava estesa anche agli altri imputati per attrazione. Il processo, due anni fa, era terminato con la condanna del fondatore del Carroccio a 2 anni e 3 mesi di reclusione, del figlio a 1 anno e 6 mesi e dell’ex amministratore a 2 anni e 6 mesi. I difensori dei Bossi avevano chiesto il non luogo a procedere o l’assoluzione, quello di Belsito in subordine il minimo edittale.

La scrittura privata per graziare The Family
Come aveva raccontato Ilfattoquotidiano.it, il Carroccio aveva provato a graziare il Senatùr, rispettando il patto firmato quattro anni fa: una scrittura privata impegnava infatti l’attuale segretario, Matteo Salvini, a tutelare il padre della Lega, travolto dalle inchieste giudiziarie ma ancora molto influente tra i leghisti duri e puri. Rapporti messi nero su bianco il 26 febbraio del 2014 e sottoscritti  da Salvini, dall’allora segretario amministrativo Stefano Stefani, da Bossi e dallo storico avvocato del Senatùr, Matteo Brigandì.

In quattro fogli si firmava la pace tra vecchia e nuova Lega: Brigandì rinunciava a rivendicare una parcella milionaria per aver difeso il partito dal 2000 al 2013 e in cambio l’attuale segretario assicurava a Bossi una “quota” pari al 20% delle candidature in posizione di probabile elezione, più uno stipendio da presidente di partito pari a 450mila euro l’anno come “agibilità politica”. Ma di particolare attualità era soprattutto il punto 7 di quella scrittura privata: “Il procedimento penale pendente avanti il tribunale di Milano ove Bossi è difeso da Brigandì, non avrà, da questo momento, alcuna interferenza da parte della Lega che non intende proporre azione risarcitoria nei confronti di alcuno dei membri della famiglia Bossi”. Con una querela di parte contro i Bossi, Salvini avrebbe interferito senza dubbio nel procedimento milanese.

Bossi consapevole concorrente se non istigatore
Nelle motivazioni della sentenza di primo grado i giudici bollarono Umberto Bossi come “consapevole concorrente, se non addirittura istigatore, delle condotte di appropriazione del denaro” della Lega Nord, che, ricordiamolo, era proveniente “dalle casse dello Stato”. Appropriazioni “per coprire spese di esclusivo interesse personale” suo e della sua “famiglia”. Condotte portate avanti “nell’ambito di un movimento” cresciuto – scrivono i giudici nelle motivazioni della condanna a 2 anni e 3 mesi – “raccogliendo consensi” come opposizione “al malcostume dei partiti tradizionali“.

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