C’era “un unico disegno criminale” e quindi la querela presentata dalla Lega solo nei confronti dell’ex tesoriere Francesco Belsito, per il sostituto procuratore generale di Milano, Maria Pia Gualtieri, va “estesa anche a Umberto Bossi e suo figlio Renzo”, al di là delle intenzioni del querelante. L’accusa – nel chiedere la conferma delle condanne per tutti gli imputati, accusati di appropriazione indebitaritiene quindi che per “attrazione” il tentativo di salvare la famiglia Bossi, perseguito dalla Lega, non sia attuabile.

I legali di Bossi e del Trota, nella scorsa udienza, avevano chiesto di stralciare la posizione dei loro assistiti perché, in base a quanto prevede la recente riforma del codice penale voluta dall’ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, il reato di appropriazione indebita è diventato procedibile solo su querela di parte e non più d’ufficio. Per il sostituto procuratore generale, però, “la querela sporta contro uno degli autori del reato (Belsito, nda) si estende a tutti i soggetti concorrenti nel reato. Se il querelante vuole colpire alcuni colpevoli e non altri – ha argomentato Gualtieri – prevale l’intento punitivo” se viene contestato a tutti gli imputati il “medesimo fatto reato”. In pratica, non può essere ammessa una “querela ad personam”.

Pg Milano: “Reati commessi in concorso”
Ma per la procura generale, anche se la Lega ha querelato Belsito solo per i reati che sarebbero stati commessi non in concorso con Bossi, la denuncia va estesa anche all’ex segretario e a suo figlio Renzo, accusati di aver usato i soldi del partito a fini privati. In particolare, per l’accusa, tra il 2009 e il 2011, il Senatur avrebbe speso oltre 208mila euro con i fondi del partito, il Trota più di 145mila euro, tra cui diverse migliaia di euro in multe, tremila euro di assicurazione auto, 48mila euro per comprare una Audi A6 e 77mila euro per la “laurea albanese”. La “sentenza di primo grado è solida e chiedo la conferma delle pene inflitte, ha detto il sostituto pg. A luglio 2017, in primo grado, Bossi era stato condannato a 2 anni e 3 mesi di reclusione, suo figlio a 1 anno e 6 mesi e Belsito a 2 anni e 6 mesi.

La difesa di Belsito chiede l’assoluzione, quella del Trota il non luogo a procedere
L’avvocato Rinaldo Romanelli, legale dell’ex tesoriere del Carroccio, ha chiesto l’assoluzione nel merito o in subordine, di contenere la pene nei minimi edittali: “Francesco Belsito, prima di andarsene, ha lasciato nelle casse della Lega la bellezza di 49 milioni di euro. Perché non era solo impegnato a sottrarre fondi, come vorrebbero i giudici che lo hanno condannato in primo grado, ma ha fatto anche del buon governo: non ha lasciato la cassa vuota e ha fatto una serie di investimenti proficui“. Il difensore di Renzo Bossi, che è stato condannato pochi giorni fa per peculato, ha chiesto ha chiesto il non luogo a procedere. Per Carlo Beltrani: “Renzo Bossi non ha mai preteso i pagamenti” dalla Lega ” a differenza del fratello Riccardo”, che in più occasioni aveva chiesto a Belsito di coprire le sue spese, ma “era sempre Belsito che diceva di effettuare un pagamento urgente a favore di Renzo Bossi”. Al Trota era stato contestato anche l’uso esclusivo di due auto, una Alfa Romeo, che invece era dell’ex senatrice della Lega Rosi Mauro, e di una Audi A6, che “faceva parte del parco macchine” del partito ed era utilizzata anche da altri esponenti del Carroccio. Il capitolo della laurea conseguita in Albania dal Trota, per l’avvocato Beltrani, è “l’aspetto più sensazionale di tutto il processo”. Anche il capo scorsa di Rosi Mauro, avrebbe conseguito la laurea nello stesso ateneo privato, l’università Kristal di Tirana, ma “per lui non ci sono state contestazioni, mentre per Renzo Bossi sì”. Senza contare che nella cassaforte dell’ufficio romani di Belsito, nella cartelletta the Family’ era conservato solamente il diploma che riportava il nome del Trota “ma una data di nascita sbagliata. Era solo un pezzo di carta poco credibile – ha aggiunto l’avvocato – Renzo non aveva nemmeno preso la maturità, dunque come poteva prendere la laurea?”. Non ci sarebbero nemmeno le prove che quell’attestato sia stato pagato 77mila euro direttamente dagli uffici di via Bellerio. Molti degli episodi contestati al figlio del Senatur, poi, sarebbero già prescritti. La decisione dei giudici sulla richiesta della procura generale arriverà in giornata, i giudici usciranno dalla camera di consiglio alle 15.30.

La Lega e la scrittura privata per salvare il Senatur
Come aveva raccontato Ilfattoquotidiano.it, il Carroccio aveva provato a graziare il Senatùr, rispettando il patto firmato quattro anni fa: una scrittura privata impegnava infatti l’attuale segretario, Matteo Salvini, a tutelare il padre della Lega, travolto dalle inchieste giudiziarie ma ancora molto influente tra i leghisti duri e puri. Rapporti messi nero su bianco il 26 febbraio del 2014 e sottoscritti  da Salvini, dall’allora segretario amministrativo Stefano Stefani, da Bossi e dallo storico avvocato del Senatùr, Matteo Brigandì.

In quattro fogli si firmava la pace tra vecchia e nuova Lega: Brigandì rinunciava a rivendicare una parcella milionaria per aver difeso il partito dal 2000 al 2013 e in cambio l’attuale segretario assicurava a Bossi una “quota” pari al 20% delle candidature in posizione di probabile elezione, più uno stipendio da presidente di partito pari a 450mila euro l’anno come “agibilità politica”. Ma di particolare attualità è soprattutto il punto 7 di quella scrittura privata: “Il procedimento penale pendente avanti il tribunale di Milano ove Bossi è difeso da Brigandì, non avrà, da questo momento, alcuna interferenza da parte della Lega che non intende proporre azione risarcitoria nei confronti di alcuno dei membri della famiglia Bossi”. Con una querela di parte contro i Bossi, Salvini avrebbe interferito senza dubbio nel procedimento milanese. Non lo ha fatto, non per Bossi.

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