Nel 2018 in Veneto sono aumentati i posti di lavoro dipendente a tempo indeterminato, mentre sono calati quelli a termine. È l’inversione di tendenza registrata da Veneto Lavoro che ha anticipato alcuni risultati del suo rapporto trimestrale “La Bussola“. Nell’ultimo anno ci sono stati 25mila contratti in più in Regione, grazie appunto a un aumento di quelli stabili (+30.700 considerando anche gli apprendistato), a fronte di una diminuzione di quelli a tempo determinato (-5.400). Merito soprattutto delle conversioni dei contratti a termine in indeterminati che nel 2018 sono state più di 60mila, il doppio rispetto all’anno precedente. Un andamento che ha fatto registrare un leggero aumento nel quarto trimestre e che quindi, scrive Veneto Lavoro, “il decreto Dignità, operativo da novembre 2018, può aver incentivato“. Anche se, nello stesso periodo (ottobre-novembre-dicembre), c’è stata una forte riduzione dei posti di lavoro, con un saldo negativo tra assunzioni e cessazioni di 59mila unità.

“Le imprese vogliono evitare, per quanto possibile, il problema della causale, resa obbligatoria dal decreto Dignità per i contratti superiori a 12 mesi“, spiega il direttore dell’ente, Tiziano Barone, al Corriere del Veneto. Secondo gli analisti di Veneto Lavoro infatti, a determinare l’aumento delle trasformazioni sono stati tre fattori. Innanzitutto, “gli incentivi previsti per gli under 36 dalla legge di bilancio 2018″ del governo Gentiloni. In secondo luogo, “l’alto volume di contratti di lavoro a tempo determinato attivati sia nel 2017 che nel 2018″ che hanno portato “fisiologicamente a un più elevato numero di trasformazioni”, spiega sempre Barone. Per ultimo è intervenuto anche il decreto Dignità, come si legge nel rapporto: “Nel quarto trimestre 2018 si è osservata una netta accelerazione del ridimensionamento delle posizioni di lavoro a termine, caratterizzata da dinamiche riconducibili alle modifiche normative introdotte con la legge 96/2018″, ovvero la norma voluta da Luigi Di Maio. Veneto Lavoro evidenzia anche due “tendenze osservate analiticamente per i contratti a tempo determinato” sempre nel quarto trimestre: “la forte riduzione del ricorso alle proroghe” e “la contrazione dei rinnovi“.

Esulta l’assessora al Lavoro della Regione Veneto, Elena Donazzan: “La nuova normativa ha contribuito a far aumentare i contratti a tempo indeterminato, anche se non siamo ancora in grado di stabilire in quale misura”, commenta sempre al Corriere del Veneto. Con un avvertimento però: “Alla lunga, la contrazione del lavoro a termine, se dovesse perdurare su questi ritmi, potrebbe avere effetti negativi anche sull’occupazione stabile”. Fenomeno che si potrebbe verificare soprattutto per quel che riguarda le basse qualifiche, sottolinea Barone, dove il decreto Dignità potrebbe incentivare il turnover.

Lo stesso rapporto di Veneto Lavoro avverte anche che, a fronte del “quarto anno consecutivo di crescita dei posti di lavoro dipendente” in Veneto, l’aumento del 2018 è “inferiore a quello medio del triennio precedente” e “ha ampiamente beneficiato degli effetti di trascinamento: infatti a partire dal secondo trimestre i saldi tra assunzioni e cessazioni sono risultati meno brillanti di quelli corrispondenti dell’anno precedente”. Raffaella Caprioglio, delegata alle relazioni industriali di Confindustria Veneto, pur definendo “una notizia positiva” la stabilizzazione di migliaia di contratti dipendenti, si concentra proprio sui -59mila contratti di lavoro (saldo tra assunzioni e cessazioni) del quarto trimestre: “È preoccupante – dice al Corriere del Veneto – è la denuncia di una situazione di sofferenza da parte delle imprese. Introdurre regole più rigide per l’attivazione di contratti a termine può avere ricadute negative sul mercato del lavoro”. Un’obiezione condivisa anche da Assindustria Veneto Centro e da Confindustria Vicenza. I sindacati invitano alla prudenza: dopo i dati sul crollo della produzione industriale sempre nel quarto trimestre, coincisa quindi con il saldo negativo, temono che il trend possa proseguire e portare alla “recessione tecnica” evocata proprio ieri dal taglio alle stime del Pil della Banca d’Italia.

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