Ci sono film che, quando esci dalla sala, ti lasciano con la sensazione di averti preso in giro. Il problema sorge quando quello che il film racconta è la realtà, nient’altro che la realtà. A quel punto l’essere stati presi in giro assume una gravità ben diversa. È tutto vero, ti ripeti in testa, perché il film fornisce dati specifici, informazioni accurate e prove di quello che sta raccontando, ed è lì che ti senti doppiamente raggirato, doppiamente incazzato. In quel preciso istante il film ha funzionato, ha raggiunto il suo scopo. È il caso di Vice – L’uomo nell’ombra, il biopic scritto e diretto dal regista premio Oscar (per La grande scommessa) Adam McKay.

Sono dovuti passare oltre 17 anni dall’attentato alle Torri Gemelle perché un prodotto cinematografico parlasse con questa efficacia di tutto quello che accade nel “dietro le quinte” prima e dopo quel fatidico giorno che sconvolse l’America e di lì a poco gli equilibri geopolitici del mondo intero. L’audace e dirompente pellicola ci regala uno sguardo inedito, per niente tenero, sull’ascesa al potere dell’ex vicepresidente Dick Cheney, da stagista del Congresso a uomo più potente del pianeta. Un personaggio che, all’ombra dei grandi Presidenti americani che si sono succeduti nel corso degli ultimi 50 anni, ha saputo influenzare scelte politiche e militari, cambiando di fatto la fisionomia del mondo che conosciamo oggi.

A prestare il volto e il fisico in tutta la sua abbondanza c’è un altro Premio Oscar, Christian Bale, che ha dato nuovamente prova del suo trasformismo maniacale, arrivando a lavorare con un nutrizionista per prendere peso in maniera salutare e con un vocal coach per poter adattare la sua voce il più fedelmente possibile a quella di Cheney. Per il regista non c’erano dubbi, questo ruolo doveva essere affidato a Bale per poter rispecchiare un personaggio così spinoso, e aveva ragione. Ma McKay ha puntato in alto non perdendo di vista le altre figure chiave che ruotano attorno al protagonista, accompagnandolo sul grande schermo con un cast stellare che include Steve Carell, nel ruolo dell’affabile e senza scrupoli Donald Rumsfeld, Amy Adams nei panni di Linney, la determinata moglie di Cheney e il premio Oscar Sam Rockwell, nel ruolo di George W. Bush, anche lui spaventosamente fedele all’originale.

McKay per poter realizzare un film su un personaggio così controverso ha dovuto documentarsi a fondo, non solo su Cheney, ma anche sul concetto allargato di potere. Il risultato è una sceneggiatura che raggiunge un’altissima carica emotiva e allo stesso tempo fornisce una rappresentazione storica accurata, dandoci modo di comprendere come siamo arrivati al momento storico attuale, con quali scelte politiche, mosse da quali interessi specifici, offrendoci una connessione articolata tra il passato, il presente e il probabile futuro che ci aspetta.

Attraversando mezzo secolo, l’ambizioso e spietato viaggio di Cheney da operaio elettrico in Wyoming a (Vice) Presidente degli Stati Uniti, ci regala una visione più chiara del suo percorso, attraverso l’uso sconsiderato del potere istituzionale, infiltrandosi a Washington prima con Nixon, poi come Capo di Gabinetto della Casa Bianca sotto Gerald Ford e, dopo cinque mandati nel Congresso come Segretario alla Difesa per George W. Bush, addirittura come suo Vice, con un inedito controllo sui poteri esecutivi. Senza dimenticare il ruolo chiave ricoperto da Cheney come Ceo della Halliburton, la compagnia petrolifera che dalla guerra in Iraq trasse enormi profitti.

L’intento, magistralmente riuscito, di McKay era quello di raccontare la cronologia storica che ha portato a questa situazione, ed è riuscito a farlo confezionando un film perfetto in tutto, con continue allusioni che al pubblico possono arrivare o meno, non importa, l’obbiettivo è far riflettere. Prima fra tutte la metafora dell’esca, fil rouge dell’intera pellicola. Cheney era un appassionato di pesca con la mosca, uno sport che richiede estrema pazienza e strategia. Lui ha saputo attendere virtuosamente, portando all’amo la sua ricompensa più ambita, tutti noi.

Le manovre politiche di Cheney hanno modificato il panorama geopolitico americano e mondiale in modi che continueranno a riecheggiare per i decenni a venire e questo film è un memorandum per comprendere meglio il futuro verso il quale ci stiamo affacciando.

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