Gli ultras nerazzurri arrestati per l’agguato ai tifosi del Napoli restano in carcere. È questa la decisione del gip Guido Salvini dopo gli interrogatori di garanzia di sabato, nel corso dei quali due dei fermati hanno ricostruito quanto accaduto e uno di loro ha accusato Marco Piovella, un capo dei Boys, di aver organizzato la spedizione di Santo Stefano, durante la quale è morto Daniele Belardinelli, l’ultras varesino investito da un suv e presente durante gli scontri come alcuni esponenti della Populaire Sud del Nizza.

Non si è trattato di “un “normale” scontro tra gruppi di tifosi”, scrive il giudice per le indagini preliminari, ma di “un’azione di stile militare, preordinata e avvenuta a distanza dallo stadio Meazza tendendo un agguato ai tifosi della squadra opposta”. Per questo i fatti vengono catalogati dal magistrato come “espressione tra le più brutali di una “sottocultura sportiva di banda” che richiama piuttosto, per la tecnica usata, uno scontro tra opposte fazione politiche“.

Luca Da Ros, Francesco Baj e Simone Tira, quindi, non tornano in libertà. Perché, a giudizio del gip, “è altamente probabile che gli indagati, organicamente inseriti nell’ambiente ultras” se a piede libero “potrebbero concorrere alla dispersione di elementi probatori indispensabili per lo sviluppo delle indagini” e “al condizionamento dell’acquisizione di ulteriori prove dichiarative utili alla ricostruzione dei fatti e all’individuazione degli altri responsabili”. Non solo, perché il giudice per le indagini preliminari parla di “concreto ed attuale pericolo” in relazione alla possibilità che i tre ultras commettano “altri delitti della stessa specie di quello per cui si procede” ed inoltre teme che i fatti di Santo Stefano possano “scatenare azioni simili e anche episodi di rappresaglia“.

Nel ricostruire le singole responsabilità accertate dalla Digos nel corso delle indagini e ricordando che a casa di uno dei tre ultras sono stati ritrovati fazzoletti sporchi di sangue, nonostante non mostrasse ferite visibili, il gip scrive inoltre che “la stessa morte di Belardinelli, oltre al ferimento dei quattro tifosi napoletani, è una conseguenza della rissa, anche indipendentemente dalle particolari circostanze che possono averla cagionata e di conseguenza entra a far parte dell’aggravante di cui al secondo comma dell’art. 588 c.p.”.

Secondo la ricostruzione fornita nel corso degli interrogatori, gli ultras dell’Inter sarebbero arrivati nella zona degli scontri dopo una riunione al Cartoons Pub, zona Sempione, da dove si sarebbero trasferiti vicino a San Siro a bordo di una ventina di auto e senza sapere, a parte i capi, il posto in cui stavano andando. Ovvero nel parchetto di via Fratelli Zoia, punto di ritrovo con ultras del Varese e del Nizza.

Lì c’erano due grossi sacchi scuri dentro i quali ci sono le armi per il “combattimento”. Ci si arma, ci si incappuccia, e si attende il segnale. Le staffette in fondo a via Novara agganciano i van dei napoletani. Poi un colpo di petardo dà il via a tutto. Il manipolo degli interisti occupa via Novara. Sono circa le 19,20. Da quel momento ci sarà una battaglia di 7-8 minuti con bastoni e coltelli. Poi Belardinelli a terra, la tregua, i lampeggianti della polizia e la fuga.

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