Eccoci di nuovo, come ogni anno. Puntuale come il panettone, l’albero di Natale e i regali da spacchettare arriva la mia classifica dei buoni e dei cattivi televisivi dell’anno. Spero che non sia uno di quei regali poco graditi che si mettono via per riciclarli alla prossima occasione. Di una cosa, comunque, potete essere certi: non è quella dell’anno scorso riciclata. Via dunque con il meglio della tv 2018.

1. Per ricordare la cosa più bella di tutte bisogna fare uno sforzo di memoria e tornare indietro quasi di un anno, al gennaio scorso, quando andò in onda La linea verticale, prima postata sulla piattaforma Rai Play, poi nel palinsesto del sabato sera di Rai3. La forma innovativa di distribuzione del prodotto non è il suo merito principale, che sta nella qualità del racconto scritto, diretto (e vissuto) da Mattia Torre e interpretato, tra gli altri, da Valerio Mastrandrea. Dopo tanti ospedali, malati e dottori fasulli (Good o House che siano), finalmente una storia di malattia autentica, che gronda sofferenza, paura e speranza vere. Ma non per questo si accontenta di un semplice realismo, lasciando invece spazio a immagini fantastiche, simboliche, a personaggi bizzarri, a una ricostruzione originale dello spazio ospedaliero.

2. Sul podio dei buoni non si può dimenticare il docufilm di Diana e De Cataldo Pertini il combattente, un omaggio al presidente più amato, fatto di immagini d’archivio cucite attorno a un dialogo tra l’autore-conduttore e alcuni giovani. Ne abbiamo già parlato in occasione della messa in onda, ma vale la pena di ricordarlo in questa fase di bilancio. In questo caso a farlo entrare nel gruppo delle cose da ricordare non c’è solo la qualità del lavoro, la scelta dei brani, la costruzione non a tesi ma non impersonale del ritratto. C’è stata anche l’idea di Sky di mandare in onda il film, uscito poche settimane prima nelle sale senza diventare un blockbuster ovviamente, in prima serata il 2 giugno. Un modo di celebrare la festa della Repubblica assai più significativo della consueta diretta della prevedibile parata.

3. L’ultima citazione positiva richiede una premessa autocritica. Avevo proprio su questo blog espresso le mie perplessità riguardo alla scelta di Mediaset di investire molto sull’acquisto dei diritti dei mondiali di calcio in Russia. Pensavo che senza la presenza della nazionale italiana l’interesse per la manifestazione sarebbe sceso parecchio. Avevo sbagliato e di molto. Non solo i mondiali su Mediaset sono stati un enorme successo di pubblico, ma hanno messo in mostra una notevole qualità televisiva: telecronisti come Piccinini e Pardo di grande personalità, vivaci maratone tra studio e collegamenti, commenti tecnici non banali, scoperta di figure giornalistiche poco note al pubblico generalista, competenti e comunicative. Un nome per tutti, Giorgia Rossi.

Ovviamente in questo quadro idilliaco c’è una macchia, il talk-varietà Sarabanda, criticatissimo per le sue esibizioni eccessive e fuori luogo del corpo femminile, oltre che per altri difetti non meno importanti. Ma non è il caso di tornare su queste polemiche, limitiamoci a ricordare che ogni medaglia ha il suo rovescio e Sarabanda è stato il rovescio di una medaglia di valore. E poi il problema non è questo: il problema vero è che i mondiali di Mediaset, insieme con altre dirette di avvenimenti sportivi come il ciclismo sempre coperto in maniera egregia dalla Rai o gli europei di atletica leggera, hanno riaperto una questione fondamentale che riguarda la natura stessa dello sport come spettacolo televisivo. Considerato ormai da tempo un prodotto esclusivo delle reti pay, si è rivelato invece quest’anno un elemento dal quale possono ottenere risultati positivi, sul piano economico, dell’identità e della creatività, anche le reti generaliste.

E adesso via con i cattivi e le cattiverie.

1. La prima delle quali è una faccenda seria. Una delle cose più brutte della tv italiana è il telegiornale: non questo o quel telegiornale, ma il genere. Anzi diciamo subito che se andiamo nello specifico un buon telegiornale c’è ed è quello di Enrico Mentana, per cui lo escludiamo dal discorso. Restano però tutti gli altri che continuano a macinare ascolti notevoli senza meritarli in alcun modo. Tanto si parla, si fanno polemiche, dietrologie sulle nomine dei direttori, poco si riflette sul prodotto. E i tg languono. Avevo creduto che l’avvento delle reti all news avrebbe dato una scossa, invece niente. I tg delle reti generaliste sono fermi, senza un conduttore che si imponga all’attenzione per la sua personalità giornalistica (un Mentana per capirci, non una macchietta alla Emilio Fede), senza originalità nella scaletta, nella selezione delle notizie, nel linguaggio dei servizi. Il vero problema non è la sudditanza alla politica, lo spazio e la benevolenza concessi a chi governa e misurati in minuti. Certo anche questa è una delle cose brutte, ma ancor più grave è la ricaduta dell’influenza politica sulla qualità dei tg, non solo sui contenuti ma sulla loro struttura enunciativa. Prevedibili, senza identità, tutti uguali, immobili, ancorati un modello di 20 o 30 anni fa, i tg pubblici e privati scontano questo peccato della politica: la rinuncia a scegliere una direzione che si occupi del tg come prodotto televisivo.

2. In questa televisione in cui l’aggettivo “pedagogica” è diventato un insulto, in realtà non si fa altro che insegnare qualcosa. Cucinare, innanzitutto, ma poi arredare, sedurre e chi più ne ha più ne metta. In quest’inevitabile proliferazione di maestrini e maestrine, due spiccano per la loro improbabilità. Si chiamano Enzo e Carla e da 12 anni (e anche quest’anno su Real time) ci chiedono sgarbatamente Ma come ti vesti? A me non paiono neppure loro degli esempi di eleganza, ma ancor peggiore è la pantomima sempre uguale e un po’ traballante che mettono in scena con la vittima delle loro attenzioni, i suoi amici e parenti e che i due pedagoghi prendono terribilmente sul serio. Arridateci Il brutto anatroccolo con quei burloni di Marco Balestra e Amanda Lear!

3. E chiudiamo in bellezza con Massimo Giletti. Io non ho mai apprezzato L’arena nella sua versione pomeridiana domenicale. Ho sempre sostenuto che quell’ora speciale del “dì di festa” meritasse qualcosa di diverso dai soliti schiamazzi del dibattito sulla cronaca e sulla politica. Il passaggio non certo indolore a La7 aveva aperto qualche spiraglio di interesse. Sarà stato il bisogno di dimostrare alla Rai che aveva sbagliato a privarsi di un talento giornalistico, sarà stato il desiderio di non sfigurare in un contesto che annovera eccellenze giornalistiche come Lilli Gruber, Mentana, Andrea Purgatori, fatto sta che nelle prime puntate di Non è l’arena aveva fatto capolino un po’ più di rigore informativo, una certa cura dell’impaginazione, una teatralità di qualche fascino. Ma ben presto tutte queste belle cose sono evaporate e sono riaffiorati i peggiori difetti: il sensazionalismo, l’improbabilità dei reporter, la riproposizione fino allo sfinimento di alcuni temi caldi che diventano minestre riscaldate. E ora c’è qualcuno che vorrebbe portare tutto questo nella prima serata domenicale di Rai1 al posto di Che tempo che fa. Già, perché pagare il canone per il costosissimo Fabio Fazio (che però la tv la sa fare) ci fa schifo, pagarlo invece per far lavorare Corona o la Di Girolamo, invece, sai che goduria!

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